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Il sassofonista e musicista americano J. Coltrane diceva che "l'Amore supremo è figlio della sofferenza più intima". Voglio soffermarmi sull'aggettivo intima che qualifica la sofferenza, madre dell'Amore supremo.

Intimo/a dice qualcosa che penetra fino in fondo, qualcosa di cui non ci si libera con artifici superficiali ed esteriori, una situazione senza spiragli di fuga. L'Amore supremo comunica con l'esperienza della sofferenza più intima. E la sofferenza più intima comunica con l'Amore supremo.
Moise Kean, giovanissimo attaccante della Juventus, in una recente intervista ha confessato che nella grande gioia che prova ogni qualvolta fa gol, istintivamente nel cuore gli sorge il ricordo degli anni della sua adolescenza, quando giocava all'oratorio Don Bosco di Asti con la pancia vuota perché in casa la mamma non aveva i soldi per comperare il cibo per i figli. A stomaco vuoto, giocava lo stesso, cadendo più volte sul campo, uno spiazzo cementificato. E a ogni caduta ci si feriva seriamente.

La vera gioia è pasquale; è un passo lungo una via che si snoda tra ostacoli, e che di tanto in tanto sfocia in qualche belvedere, ampio e solatio. Molte proposte religiose, culturali, oppure psicologiche, promettono la felicità attraverso l'azzeramento della sofferenza. Tuttavia, qualora questa ci rimanesse nemica, nel pensiero come nelle scelte della vita, la gioia finalmente raggiunta - che presumiamo di aver raggiunto - rimarrebbe sempre tonificata da una tristezza nascosta, ossia dai momenti di tristezza non accettati. Se tutto non è accettato, non c'è la pace con sé stessi, non c'è la gioia incondizionata. Così come resterebbe qualcosa mancante nell'esperienza della maternità di una donna, se la gravidanza e il parto non le avessero richiesto una sofferenza a lei intima. Non è accolto intimamente ciò che non è riconosciuto proprio intimamente.

La sofferenza più intima è il proprio limite esistenziale: il carattere, la malattia, i rapporti familiari o di vicinato o di lavoro. È tutto quanto ci imbriglia e non ci permette di scappare. È anche la propria appartenenza religiosa, che a volte si vorrebbe cambiare ma non si sa dove rifugiarsi…
Dalla mente la verità si lascia cogliere solo a frammenti, mentre questa bramerebbe possederla tutta, una volta per sempre. Ogni frammento che si lascia raggiungere, contemporaneamente svela il suo nudo limite. E il cammino continua, finché ci si accorge che quel continuo camminare è l'intimo della verità. La mente pensante, stanca, tace. E nel cuore risorge, nuova e potente, la speranza.



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