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Possiamo prendere in mano l’Atlante geografico o aprire internet e cercare in Africa dov’è il Mozambico. Idai è il nome del ciclone che il 14 e 15 marzo di quest’anno si è scatenato sul Paese, ciclone di forza 4 e con una velocità minima di 180 chilometri orari.

L’acqua caduta per più giorni ha inondato i villaggi, provocando danni gravissimi alle case e alle coltivazioni agricole, uccidendo più di mille persone. Centinaia sono rimaste per due giorni sui tetti delle case o arrampicate sugli alberi, per fuggire dalle acque torrenziali dei fiumi in piena. La città più colpita è stata Beira, situata sulle coste dell’oceano Indiano. Il 90% degli uffici pubblici (scuole, ospedali, chiese e luoghi di aggregazione) e delle abitazioni è stato devastato e deve essere ricostruito.

Beira è anche sede della diocesi dove lavorano i saveriani. Sono in tre e risiedono a Dondo, accompagnando la vita di 12 comunità in città e altre 12 nelle zone rurali. Di fronte a una tragedia così grande, ignorata dalla televisione italiana, vorremmo aiutare la gente a non emigrare e a costruire dignitosamente il proprio futuro. Per questo, i saveriani chiedono di creare un fondo per: 1. Aiutare le famiglie più povere, che hanno perso tutto, a ricostruire la loro casetta. 2. Aiutare le 24 comunità della parrocchia a ricostruire le cappelle, luoghi di preghiera, incontro e formazione. 3. Ricostruire i saloni parrocchiali e le aule di catechesi rovinate o completamente distrutte, come i tetti delle case dove vivono i padri. 4. Rifare il tetto della casa destinata alla formazione dei novizi saveriani, futuro della chiesa mozambicana e africana.

La gente si è rimboccata le maniche e ha iniziato la ricostruzione. C’è la forza, la speranza e l’ottimismo dei poveri. Il cammino della ricostruzione è un tempo lento. Pang’ono pang’ono (“poco alla volta” nella lingua Sena). Un tempo lento e in questo senso molto africano. Ma anche un tempo ottimisticamente ostinato. Anche questo, in un certo senso, molto africano: Tiri pabodzi (restiamo uniti)!



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