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Nella regione dei Laghi, al nord della Repubblica Democratica del Congo, la situazione rimane tesa e confusa; l'Urega è sottosopra da settimane. In questi ultimi giorni, la zona nell'occhio del ciclone è soprattutto il Maniema, dove si è spostata l'avanzata dei ribelli. I soldati di Kabila non hanno perso le vecchie abitudini: appena hanno notizia dell'avvicinarsi dei ribelli, fuggono non senza aver prima rubato tutto ciò che possono.

È così che i confratelli di Kampene e le due laiche che lavorano con loro, hanno passato brutti momenti. Sembra che ora il peggio sia passato. A Kasongo si segnala l'arrivo di molti profughi dalle zone vicine. Man mano che i ribelli avanzano, infatti, contrariamente a due anni fa, la gente fugge. Tra le popolazioni che già normalmente vivono in una situazione di estrema miseria, a causa delle privazioni della guerra e in particolare dei più o meno lunghi soggiorni in foresta dove manca tutto e le norme igieniche sono completamente disattese, è scoppiato il colera.

A Bukavu il personale medico dice che stanno finendo le medicine; immaginiamo all'interno! E se anche ce ne fossero, come farle arrivare a destinazione in un paese in balia delle bande armate, senza strade e dove gli aerei non possono ancora volare?

Ricordiamo che quello che stanno vivendo i nostri confratelli è la stessa esperienza di tutte le congregazioni che lavorano nel Kivu, nel Maniema e nell'Alto Zaire dove, a complicare il quadro, c'è il coinvolgimento della guerra anche dei ribelli che si oppongono al regime sudanese e di quelli che si oppongono al regime ugandese.

I primi sono contro Kabila; i secondi evidentemente, in suo favore. Scrive p. Simone Vavassori, Superiore Regionale dei Saveriani: "La situazione che viviamo è molto confusa. Non si capisce niente: chi vince, chi perde. Siamo nelle mani di chi? Una cosa sola è certa: la miseria che aumenta a dismisura". Il superiore dei Comboniani, p. Fernando Zolli, ha lanciato un messaggio alle famiglie dei missionari che operano nel paese africano:

"Sebbene la situazione nelle regioni orientali sia preoccupante a causa degli scontri tra gli opposti schieramenti, ritengo che sia importante rassicurare i congiunti dei missionari presenti nelle missioni dell'est, dove sono in corso operazioni militari.

I missionari e le missionarie stanno bene, nonostante soffrano le conseguenze di una guerra che sta provando duramente le popolazioni locali. Sebbene avessero tutti la possibilità di rientrare in patria, hanno fatto la scelta di rimanere per essere solidali con le loro comunità. Tante volte abbiamo detto ai nostri fratelli e sorelle congolesi che eravamo legati da un vincolo d'amore. Questo è il momento in cui stiamo testimoniando quanto ciò sia vero" .

Dopo mesi di guerra, appare sempre più chiaro che la gente delle regioni del Kivu non accetta la ribellione in atto nel loro paese: sono molti i segnali di resistenza sintomatici del malessere che serpeggia in vasti settori della popolazione locale.  Le autorità hanno annunciato la ripresa scolastica per ben due volte, ma i genitori si sono rifiutati di mandare i loro figli a scuola.

Nonostante in passato abbiano sostenuto innumerevoli sacrifici per scolarizzare i figli, preferiscono tenerli in casa per vari motivi: anzitutto perché la miseria portata da questa guerra impedisce loro di far fronte alle spese scolastiche e poi per paura che i loro ragazzi possano essere arruolati con la forza dal momento che nelle file ribelli si segnalano molti ragazzi-soldato ruandesi.

Molti mercanti preferiscono non vendere la loro merce piuttosto che pagare le tasse che potrebbero servire a sostenere le ostilità. Contrariamente a due anni fa, la popolazione del Kivu non accoglie i ribelli: dove arrivano loro, la gente fugge dai centri abitati, costretta alt' addiaccio, aumenta le fila di sfollati sprovvisti di ogni assistenza.

Sul piano ecclesiale è importante rilevare la ferma condanna del conflitto da parte dell'Episcopato del Kivu in una lettera datata 1 ottobre. Il cuore del messaggio è molto semplice: "Fermate questa guerra insensata. Non è con la guerra che potrete portare democrazia e benessere".



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