In Congo RD, un cuore che vibra a lungo
In Africa ho condiviso la gioia con tante persone. In una realtà di povertà, l’allegria mi ha contagiato. E se la tristezza faceva la sua comparsa su qualche volto, era quasi nascosta per lasciare spazio all’accoglienza gioiosa. L’accoglienza africana è unica al mondo e mostra la grande umanità dei congolesi. È intrisa d’amore, vissuto da persone che diventano “Vangelo incarnato”.
Ero il più giovane del gruppo e questa esperienza ha cambiato la mia vita, rafforzato in me la fede, la preghiera, le relazioni e la capacità di servire. Ho ascoltato molto e mi sono aperto a una nuova cultura e a (numerose) nuove lingue. Ho potuto sperimentare le mie passioni: il teatro e l’animazione con i bambini. Il cuore è come un’arpa: ci sono persone, luoghi, situazioni che toccano le “corde” giuste, liberando un’armoniosa melodia. Credo che il mio cuore in Congo abbia vibrato a lungo. Giovanni Buratti
“Voi uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso. Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada: zoppi, storpi, ciechi, sordi. Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”. Questo è uno dei messaggi che papa Francesco rivolge a noi cristiani sul tema della “Chiesa in uscita”. Ma solo nell’estate 2018 ho capito cosa volesse davvero dirci. Goma, nel Congo orientale, è una di quelle città africane in continua evoluzione, dove però a svilupparsi sono soprattutto le immense periferie che si popolano ogni giorno di nuove case (baracche in legno), mentre i villaggi nell’entroterra, si stanno svuotando. Ed è proprio in questa periferia che ho trascorso la maggior parte della missione con i miei compagni, nel quartiere di Ndosho. Mi sono messo in ascolto. E ci è voluto poco per trovare il volto di Dio. Lì, in quel quartiere abbandonato e lasciato alla sua miseria, con una forza travolgente, ho incontrato Gesù più volte, tra la gente, tra i padri e gli animatori, tra i miei compagni di viaggio! Davide De Ponti
Quando sono partito avevo due bagagli e un trolley. Al ritorno, non bastava l’aereo per contenere tutto quello che volevo riportare in Italia. Le mie valigie erano piene di vestiti, ora lo sono di molto altro. Nella mia valigia porterò volti di persone, le loro storie, sofferenze, sorrisi, la voglia di condividere la gioia del nostro incontro. Porterò le mani protese verso di me per chiedere un pezzo di pane o qualche dollaro, ma anche per abbracciarmi, stringermi, ricevere e dare affetto. Non dimenticherò facilmente quelle schiene curve sotto il peso di enormi sacchi, quelle scarpe ridotte in brandelli a causa dei molti chilometri percorsi, quei volti arsi dal sole e dalla fatica, forse anche dalla fame e dalla sete. Ho toccato con mano la miseria, la povertà, ma anche l'umanità, quella vera e sincera, fatta di altruismo. Ho visto missionari chinarsi per allacciare una scarpa a un bambino. Ho visto donare tanto amore, carezze donate a volti affranti.
Non dimenticherò mai i volti di quei bambini abbandonati che non hanno ricevuto il vero amore di mamma e papà; i volti delle donne che, oltre alla povertà, hanno subito altre violenze. Un giorno una persona mi ha chiesto di riassumere il viaggio in una sola parola. Userei la parola “umanità”. L’ho vissuta e l’ho toccata con mano nelle persone, nei volontari e nei bambini. Un’umanità vera, fatta di parole, ma soprattutto di gesti, nascosti e silenziosi, che ti toccano nel profondo del cuore. Marco Trink






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