Skip to main content
Condividi su

Con una decina di ragazzi e insieme ai meravigliosi saveriani p. Alberto e p. Franco, abbiamo trascorso 10 giorni in Sicilia, a Siracusa, nel centro di prima accoglienza “Oasi Don Bosco”. Siamo subito sorprese dalla gioia con cui i migranti (dai 18 ai 35 anni) ci accolgono. Iniziamo a cantare, ballare, suonare e fare fotografie. Sui loro visi sono presenti sorrisi, gioia ed emozione perché finalmente qualcuno riesce a far dimenticare loro parte del dolore.

Provengono da vari paesi e parlano lingue diverse, ma è proprio questa diversità a incuriosirci e avvicinarci. Trascorriamo cinque giorni insieme, mangiando gli uni vicino agli altri, suonando la chitarra, pregando, giocando, colorando le pareti e sporcandoci il viso con le tempere. Conosciamo Idris, Famoussa, Salih, Waqas, Entisham e moltissimi altri, ma soprattutto ascoltiamo le loro storie e i loro sogni. Chiara

Siamo riusciti a creare un rapporto, un'amicizia, qualcosa di speciale che per sempre porteremo dentro di noi. Inizialmente, avere tutti quei ragazzi stranieri che ci circondavano, urlavano e chiedevano di fare foto era per me qualcosa di strano e inusuale. Fino a quel momento gli uomini provenienti da un altro paese mi avevano trasmesso solo timore e insicurezza. Fortunatamente la musica è riuscita a sciogliere i miei muscoli. Sono poi bastate poche parole per farmi capire che tutta la paura e i muri che avevo creato fra me e gli stranieri erano qualcosa di sbagliato e inutile. Erano gentili, cordiali, desiderosi di conoscere altre persone, la nostra lingua e tradizioni.

Dopo qualche giorno vivevo con quei ragazzi come se li avessi conosciuti da sempre: parlavamo, giocavamo, ballavamo, cantavamo, ridevamo, facevamo passeggiate, ci ascoltavamo, ci raccontavamo tutto. Era importante sapere che lì c'era qualcuno con loro e per loro. Durante i pasti insieme non era facile capirsi. Quando scappava una risata, tutto il tavolo era coinvolto... Quei ragazzi, nonostante tutte le difficoltà, il pericolo e la tristezza ormai impressa dentro di loro, riuscivano a ridere e a farci ridere.

La sera si ballava e cantava per poi riprendere a parlare della loro vita precedente, di ciò che facevano prima di partire e di quello che hanno subito durante il loro viaggio. Questo era il momento più delicato. Gli occhi diventavano lucidi e l'unica cosa che potevamo fare era ascoltare e piangere con loro. Nessuna parola poteva colmare il dolore e i silenzi che seguivano i racconti. Non avrei mai voluto andarmene da lì, perché si stava bene. Non eravamo poi così diversi, perché insieme formavamo un'unica grande famiglia. Sono persone come noi ma che, a differenza nostra, devono reagire, lottare, senza alcuna sicurezza. Anna



Scarica questa edizione in formato PDF

Dimensione 2568.03 KB

Gentile lettore,
Continueremo a fare tutto per portarvi sempre notizie d'attualità, testimonianze e riflessioni dalle nostre missioni.
Grazie per sostenere il nostro Giornale.


Altri articoli

Edizione di Gennaio 2003
Nel Bangladesh musulmano il Natale in televisione Il Bangladesh è una delle più popolose nazioni musulmane al mondo. Su una popolazione di125 milion…
Edizione di Febbraio 2009
Da alcuni mesi sono a Roma, dopo gli anni trascorsi a Londra. Mi è stato chiesto di curare la pagina romana del nostro mensile "Missionari…
Edizione di Dicembre 2008
Da Khulna, dove i saveriani erano radunati per un settimana di studio, arriva la telefonata: "È stato firmato il decreto per conferire a p. Marino Ri…
Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito