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Dal 25 al 30 novembre 2015 papa Francesco ha compiuto il suo primo viaggio in Africa, visitando Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana (RCA). Il viaggio è stato commentato dai saveriani mons. Giorgio Biguzzi (vescovo emerito in Sierra Leone) e p. Filippo Rota Martir, in un incontro tenutosi presso i comboniani di Brescia il 14 gennaio 2016.

Tre nazioni simbolo di un intero continente

Mons. Biguzzi ha detto che l’Africa sub sahariana è caratterizzata da una striscia di sangue che colpisce tanti paesi per guerre tribali, religiose, economiche, sociali, con radici non solo locali ma anche internazionali. Essa è un continente ricco di risorse e lì si radunano “le aquile e gli avvoltoi”. I conflitti sono spesso strumentalizzati, attribuendo loro una radice etnica o religiosa. Francesco ha scelto di visitare tre paesi rappresentativi, che, in modi diversi, vivono le difficoltà proprie di tutto il continente: grandi ricchezze concentrate nelle mani di pochi, una diffusa povertà che rende difficile lo sviluppo di un popolo.

Il viaggio diviso in tre parti

P. Filippo ha citato la stampa missionaria, che suddivide il viaggio del papa in tre parti: passato, presente e futuro.

  • Passato: il Papa ha affermato che “il Dio che noi cerchiamo di servire è un Dio di pace. Il suo santo nome non deve mai essere usato per giustificare odio e violenza”.
  • Presente: vincere il tribalismo è un lavoro di tutti i giorni; dell’orecchio (ascoltare), del cuore (aprire il mio cuore), della mano (darsi la mano l’uno con l’altro).

Un segno di rispetto per tutti

Per Mons. Biguzzi la visita del papa in RCA e i contatti con i musulmani hanno mostrato che, nonostante tutto, pace e riconciliazione sono possibili. Con la sua presenza ha donato grande speranza alla gente. La pace implica dare fiducia all’altro e il primo passo da fare è avere un approccio disarmato.

Per l’arcivescovo di Bangui scegliendo il suo paese, il Papa ha preferito il piccolo, il debole, il povero che grida e che il Signore ascolta: “Siamo tutti commossi di fronte a tanta attenzione; sono per primi i musulmani a dire ‘il Papa è venuto, vogliamo la pace, non vogliamo più la guerra’… È significativo che i giovani musulmani del quartiere PK5 abbiano deposto le armi per parlare con i loro fratelli cristiani”.

Francesco è andato a raccogliersi, si è fatto prossimo ai musulmani e ha detto: “Se non fossi venuto qui, dai musulmani, mi sarebbe mancato qualcosa… una parte di noi si trova nell’altro”. Egli, andando in Africa, ha mostrato rispetto, facendo crescere l’autostima in coloro che normalmente sono scartati.



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