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Il ricordo di p. Fiori, per tutti solo Franco

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Franco! Così mi piace ricordare p. Franco Fiori, Saveriano. Chiunque lo incontrasse, doveva chiamarlo così. Lui era Franco: in ogni sua caratteristica portata al livello di chi aveva davanti. Anche con il Papa, San Giovanni Paolo II, quando gli capitò. Ma serviva anche perché le persone si mettessero al suo livello: umile, fratello, arrabbiato, gioioso, credente. Prima che prete. Poi prete e missionario!

Le comuni origini - Castelleone - mi aiutano a ritrovarlo tutte le volte che vado al cimitero e passo dalla sua tomba: non riesco a non passare da lui. E mi sembra di sentire ancora la sua voce con espressioni rigorosamente in quel dialetto che a casa - ma ho il sospetto facesse così anche fuori di casa, come in ogni parte del mondo - usava come lingua nella quale riusciva a farsi capire meglio e conoscere subito da qualsiasi interlocutore. Lo vedo lì nella foto, sotto quella dei suoi genitori e sopra quella del fratello Nino: la sua famiglia di origine, sempre amata e cercata, nella quale, a causa di quella malattia che l’aveva costretto a riposo per un periodo non breve della sua vita, era tornato a vivere. Lo sguardo che mi riserva, pur nella fissità della foto, suscita in me tanti pensieri e sentimenti: sembra di sentire il suo discorso diretto, a volte fin troppo, che rimprovera, richiama, sorride, consola.

Ho incontrato Franco per la prima volta da bambino quando, dopo aver suonato con il mio maestro di violino in giro per il paese la ‘pasturada’ nei giorni precedenti il Natale, gli avevo consegnato le mance che avevamo raccolto per la sua missione. Non sapevo bene cosa e dove fosse, ma il mio maestro aveva detto che sarebbe servita sicuramente anche quella piccola somma che avevamo raccolto. Gliela consegnai nella sagrestia della chiesa parrocchiale: ricordo il suo sguardo felice e la sua carezza. Io avevo 9-10 anni… E questa immagine è ancora qui nei miei occhi.

In seminario, poi, era venuto diverse volte: i missionari che arrivavano periodicamente lasciavano sempre un po’ di fascino a noi che li accoglievamo e li ascoltavamo. Ricordo ancora la sua omelia a Messa. Sembrava che facesse fatica a seguire le parole del messale. Ma tutti siamo stati impressionati dal suo desiderio di raccontarci la sintesi della sua missione: l’accompagnamento dei condannati a morte nel carcere di Freetown in Sierra Leone.

Ma la vicenda più intima che mi lega al ricordo di lui, è stata la sua vicinanza alla mia famiglia nei dieci mesi della malattia di mio fratello Daniele, fino alla sua morte. Un’esperienza drammatica che lui ha saputo accompagnare con quel tratto di familiarità che ha voluto da subito far diventare la prima medicina, comunque necessaria, qualsiasi sarebbe stato l’esito. Quotidianamente arrivava. Lo desideravamo. Soprattutto Daniele.

Foto pubblicata in MS, novembre 2016, pagina 2.Negli ultimi tempi mi suggerì: “Leggigli il Vangelo, i racconti della passione di Gesù, della sua morte e risurrezione. Io lo facevo ai condannati a morte… Dà speranza. Ed è quello che bisogna avere quando la fine si avvicina”. Considero questo invito l’eredità che Franco mi ha lasciato. Il funerale è stato presieduto da Franco. Lesse e commentò il Vangelo della Beatitudini. Non ricordo le sue parole. Ma so che fece un gran bene a tutti sentire quel Vangelo. Una carezza, pur detta con la ruvidezza della quale lui era maestro. E serviva per non morire dentro alle cose che capitano diverse da come una spererebbe.
Era presente alla mia prima Messa. Discreto, in un angolo, con le mani che nascondevano il suo viso. Per nascondere chissà quali pensieri e chissà quale preghiera.


A Cremona in tanti ricordano
 Franco come confessore nella Cattedrale. Confessava. Ma lo vedevi uscire, stola al collo a fumarsi una sigaretta e ad incontrare la gente che poi portava al suo confessionale. Quanti condannati a morte nel peccato ha accompagnato alla Vita. 
Della sua missione non so molto. A parte il suo servizio ai condannati a morte non l’ho mai sentito parlare. Almeno con me. Forse lui voleva che io ricordassi di lui solo questo. E poi l’età e la sua malattia. Fino alla morte il 24 ottobre 2016. Ero al suo funerale nella nostra chiesa di Castelleone. Proprio lì dove avevo vissuto anni prima il momento più doloroso della mia vita, ma anche la mia Prima Messa, accanto a lui.

So che Franco continua, con quello sguardo della foto al cimitero, a ricordarmi che ha accompagnato tanti condannati a morte (quelli per una pena capitale o quelli per la fame, quelli per il peccato o quelli per una malattia inesorabile) alla Vita Eterna. Sono certo che ora stia godendo della compagnia di questi nel Cielo di Dio, che ha sperato e ha insegnato a sperare. Anche a me.



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