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Queste proposte interculturali diventano occasione privilegiata per trasmettere tematiche care a noi missionari. San Guido Conforti desiderava che i popoli si incontrassero e le culture si raccontassero. Voleva fare del mondo una sola famiglia, dove le diversità non sono un muro, bensì una ricchezza. “Tra le diversità di culture, lingua, colore della pelle e religione, è possibile costruire il ponte che favorisca l’incontro; in ogni essere umano c’è il bello, il buono che siamo chiamati a scoprire. L’incontro con l’altro ci trasforma e arricchisce” (E. Adili).

Dice papa Francesco: “Si diffonda sempre più una cultura dell'incontro, capace di far cadere tutti i muri che ancora dividono il mondo”.

p. Filippo Rota Martir, sx


Nella nostra quotidianità incontriamo anche confini (o muri) che possiamo definire interiori, intimi, perché connessi alla nostra persona. Sono invisibili, ma reali, poiché esistono nella testa e nella coscienza, nella cultura o nella mentalità. Ce li costruiamo dentro, chiudono la nostra mente, diventando spesso limiti invalicabili.

Essi ci isolano dagli altri e persino sospendono il contatto con la realtà. Ogni persona, dice la mostra, desidera abitare in un mondo senza barriere, né fisiche, né interiori, dove il cuore si apre e accoglie l’altro nella sua diversità. In tal modo si compie il sogno che accomuna tutti: vivere un futuro migliore.

Gli Hikikomori del Giappone

In Giappone, migliaia di giovani vivono volontariamente isolati, si sono richiusi nel confine della propria stanza. Sono chiamati hikikomori e rappresentano il fenomeno degli adolescenti chiusi in camera per anni tra videogiochi, vita virtuale e rifiuto silenzioso del mondo. È un confine interiore, la paura degli altri, la voglia di rinchiudersi in se stessi. Si stima che in Italia un fenomeno del genere investe circa 80mila giovani. Occorre superare i propri confini (interiori) per entrare in relazione con gli altri.

Lo spazio colmato tra le due trincee

La mostra racconta storie vere o romanzate che fanno riemergere, nelle persone, uno spiraglio di vera umanità, anche là dove sembrerebbe impossibile.

Al termine della battaglia di Cava de’ Tirreni (settembre 1943), molti soldati persero la vita e i loro corpi straziati furono abbandonati senza sepoltura. Una donna del popolo, mamma Lucia, ricca di “pietas” cristiana, volle dare degna sepoltura ai caduti (circa 1000), senza curarsi della loro nazionalità. Una donna coraggiosa. Fu premiata e chiamata dai tedeschi la madre di tutti i caduti.

Joyeux Noel ricorda un episodio del Natale 1914: soldati inglesi, belgi e tedeschi, pur se nemici schierati su opposte trincee, si inventano una tregua per abbracciarsi e per festeggiare il santo Natale. Nella mostra, i manichini vestiti con diverse divise vogliono far rivivere quella scena.

Essi mostrano il momento dell’insubordinazione (l’abbandono delle armi, il suono delle cornamuse scozzesi impegnate in melodie natalizie e la tenera risposta tedesca con un coro di canti di Natale), dell’abbraccio fraterno, delle lacrime, di una ritrovata amicizia.

Quei manichini dicono che con un po’ di coraggio lo spazio fra due trincee può e deve essere colmato con l’amore reciproco. Questa scena ci fa riflettere sull’assurdità della guerra. Perché esiste?

Barriere che nascono nei cuori

Possiamo sì, senza paure e pregiudizi, vincere i muri della paura dell’altro e rimpossessarci dei nostri confini. Un muro, prima ancora che un ostacolo fisico, è un simbolo: i mattoni, i fasci di filo spinato, le alte pareti prefabbricate in calcestruzzo vengono innalzate, innanzitutto, nelle teste degli uomini e dei popoli. E solo quando le menti sono ormai imprigionate a dovere,​ a quel punto arrivano i muri veri. La battaglia più importante si gioca quindi sul piano della metafora. Non a caso, il “cuore”, metafora del calore di ogni essere umano, del bisogno di essere amati, accolti, visti e riconosciuti, chiude il percorso della mostra.

Quand’è caduto il muro di Berlino, il suo senso ideale era già crollato. E quando Israele ha abbattuto persino le case per lasciar spazio ai chilometri di barriere erette ai confini con la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, quel calcestruzzo e quel metallo erano già stati costruiti da decenni nei ragionamenti di molti israeliani.

Uniamo gli arcobaleni alle bandiere dell’odio

Porto nel cuore la mostra, mamma Lucia e tutti coloro che, con l’amore e soltanto con l’amore, superano “agevolmente” i confini per diventare “cittadini del mondo” (Mario Foresta).

Abbattiamo i muri, oltrepassiamo le porte e costruiamo la pace. Essa sgorga dalla vittoria sull’egoismo che ci impedisce di amarci come fratelli. È dono di Dio. L’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita. La pace è un dono bellissimo, difendiamola! Andiamo popoli! Colleghiamo gli arcobaleni alle bandiere dell’odio (studente di Desio).



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