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LA PAROLAMentre stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: “Voi farisei purificate l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. Ma guai a voi farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi farisei che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo” (Lc 11,37-44). A lungo rimandato, è giunto il tempo di dire due parole più precise sui farisei. Gesù è invitato a pranzo da uno di loro. Sappiamo che, anticamente, il banchetto era sovente il luogo preferito per dibattiti e discussioni. Infatti, l’anfitrione coglie l’occasione per rinfacciare a Gesù l’omissione delle abluzioni prima dei pasti. A essere presi di mira non sono, come in altre occasioni, i discepoli, ma niente meno che il loro maestro. Il suo atteggiamento nei confronti delle regole di purità era considerato troppo liberale. Loro, invece, ne avevano fatto un elemento identitario. In passato quelle norme erano riservate ai sacerdoti e ai leviti, cioè all’ambito cultuale. Del rigore morale e cultuale richiesto ai ministri del culto si erano poco a poco appropriati anche gruppi di fedeli che desideravano vivere in modo radicale l’osservanza della Torah. In questo modo cercavano anche di contrastare dal basso la deriva di corruzione e di lassismo in cui era caduta la classe sacerdotale. I faresei rappresentavano un gruppo riformatore e laico, preoccupato di risvegliare nel popolo la fedeltà alla Legge di Mosè. Oggi si chiamerebbero “laici impegnati”, “militanti” promotori del rigore e dell’ortodossia. In questo senso, i farisei avevano molte cose in comune con i seguaci di Gesù e, forse, per questo cozzavano così spesso tra loro. Ma, come accade sovente, la radicalità corre il rischio di trasformarsi, in tutte le religioni e a tutte le latitudini, in rigorismo e formalismo. L’impossibilità di un’assoluta coerenza interiore è sempre tentata di travestirsi di perfezionismo o, ancor peggio, di usare le apparenze per coprire l’abisso del proprio marciume.Anzi, parrebbe persino che tanto più la facciata è brillante e seducente, tanto più nasconda il vuoto interiore. Il bene che si fa, invece, è sempre modesto e non ambisce a stare in bella vista su di un piedistallo. La reazione di Gesù al richiamo del fariseo è molto dura, sarcastica. Del resto, quando si tratta di smascherare l’ipocrisia, l’ironia sembra essere più efficace dell’aperta sincerità. Accontentarsi di pulire l’esterno del piatto quando è sporco dentro, equivale a lavarsi le mani con l’acqua quando il cuore è pieno di iniquità. A Gesù non basta mettere in risalto lo scandaloso contrasto tra ciò che si è nel profondo e ciò che si esibisce davanti agli altri. Invita anche a guardare “colui che ha fatto l’esterno e l’interno”. “Lo stolto pensa nel suo cuore: «Dio non c’è». Sono corrotti, fanno cose abominevoli, nessuno fa il bene”, recita il Salmo 53. L’impunità da cui sono circondati i malvagi, il loro successo, fa credere agli insensati che Dio non veda e lasci correre. Eppure, nulla sfugge al suo sguardo. Egli ci ha fatti e conosce ogni risvolto del nostro essere e operare, “più intimo a noi di quanto lo siamo noi stessi”, direbbe sant’Agostino. Non possiamo ingannare Dio.Al di là di ogni apparenza di bene o di male, di approvazione o disapprovazione che ci vengano dagli altri, è la giustizia e l’amore di Dio ciò che dà la vera misura di quanto siamo e dovremmo essere. Putroppo a volte ci sembra così poco e concludiamo: tutto qui?



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