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Il missionario della povera gente, p. Peterlini

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Padre Luciano Peterlini, saveriano di Rovereto (TN) morto a Lunsar, in Sierra Leone, il 16 febbraio scorso, è stato sepolto nel piccolo cimitero accanto alla casa dei saveriani a Makeni. Sabato 27 febbraio, nella chiesa di Santa Caterina a Rovereto, è stata celebrata una Messa di suffragio con la partecipazione di numerosi confratelli saveriani, sacerdoti, famigliari e fedeli della città.

Con commozione lo ricordano la sorella Bice e mons. Kamara, vicario di Makeni.

La testimonianza di mons. Kamara

Quando ero ancora ragazzo, nella missione di Kambia, p. Luciano non mi colpiva tanto come uomo di preghiera. Lo vedevo uscire dal dispensario all'ultimo minuto, un po' disordinato nel vestito e sudato, per entrare in sacrestia e prepararsi alla Messa. Invece, mi fece enorme impressione per la sua disponibilità ad aiutare tutti, specialmente i più vulnerabili. Padre Luciano è stato davvero un missionario della povera gente. Era totalmente a servizio dei malati, dei poveri e di coloro che la società rifiuta.

La premura per i ciechi

Mi sono rimasti impressi specialmente due atteggiamenti della sua carità. Il primo è la sua premura per i ciechi. Non ricordo quante volte mi mandò alla clinica oculistica di Lunsar per accompagnare i non vedenti alla visita oculistica. Seguire un cieco significa stargli continuamente vicino per provvedere a qualsiasi cosa di cui abbia bisogno. Non era un compito facile. Ma la mia gioia più grande arrivava quando l'operazione era ben riuscita e il paziente guariva.

Non ho mai ricevuto neppure uno spicciolo da p. Luciano. Mi insegnava in maniera molto pratica che il sacerdozio è servizio. Dopo aver compiuto il nostro dovere come cristiani, la ricompensa la dobbiamo aspettare in cielo. In verità, io gli ero grato per avermi dato l'opportunità di servire i miei fratelli e sorelle.

L'amore per i poveri

L'altro atteggiamento che ammiro è la sua carità per i poveri. Facevamo un giro per le vie di Kambia a raccogliere le persone che giacevano lungo la strada. Li lavavamo, offrivamo il primo soccorso e se necessario li portavamo all'ospedale. A coloro che morivano tra le nostre mani davamo sepoltura.

C'era un uomo che avevamo lavato, curato e nutrito per più di un anno. Tutti dicevano che si meritava di essere così, perché era stato cattivo da giovane. Un giorno scoprimmo che quest'uomo aveva dei parenti a Rokupr, e suo fratello era uno dei notabili della cittadina. Decidemmo di portarlo da lui.

Padre Luciano chiese a me di parlare, ma non avevo ancora finito di fare il mio discorso quando quell'uomo si mise a urlare contro di me, dicendo che ero solo un ragazzino e che non avevo il diritto di fargli delle prediche. Fu allora che vidi p. Luciano arrabbiato per la prima volta. Parlò in krio, la lingua del luogo, e disse all'uomo che io dicevo la verità e che lui doveva ascoltarmi. Ma l'uomo non si lasciò convincere; così dovemmo riportare il fratello alla missione, dove rimase fino alla morte.

La testimonianza della sorella Bice

Ma come era nata in padre Luciano la vocazione missionaria? La sorella Bice ci racconta l'episodio iniziale, che rivela la sua serietà, già da bambino.

"Dopo una conferenza di p. Mario Veronesi a Rovereto, sorse in Luciano il desiderio di seguire il Signore come missionario tra i saveriani. I nostri genitori gli consigliarono di scegliere i padri della Consolata, che avevano una casa in città, ma lui rispose che doveva abituarsi a vivere lontano dalla sua famiglia e non poteva sapere se la nostalgia lo avrebbe sopraffatto. Per questo, desiderava andare a Vicenza, lontano dai suoi.

Era d'accordo che se fosse stato scontento, come segnale del suo stato d'animo avrebbe fatto un piccolo punto sulla lettera inviata a casa; altrimenti, un punto grosso avrebbe significato la volontà di continuare. A casa aspettavamo con ansia, pronti ad andare a riprenderlo. Ma quando arrivò la famosa lettera, abbiamo trovato un grossissimo punto, segno che si trovava bene tra i saveriani".



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