Il Cottolengo di Shanghai
Racconta p. Ermanno Zulian nel suo volume “Gioia di fare il bene”: “Nel 1917 p. Pietro Uccelli ebbe occasione di recarsi a Shanghai e incontrarsi con il grande industriale cinese Lo Pa-Hong, tanto ricco quanto buon cristiano. Costui era proprietario delle centrali elettriche della città e di una compagnia di navigazione costiera. Ma i guadagni, le sue grosse ricchezze, egli le usava bene”.
Una gran fiducia e tante opere di bene
Di questo signore cinese di Shanghai (1875 - 1937) il gesuita Joseph Masson ha scritto una biografia. Lo descrive così: “Il suo primo campo d'azione riguardò le istituzioni caritatevoli: l'ospizio San Giuseppe per vecchi, fanciulli, feriti…, l'ospedale del Sacro Cuore come ambulatorio, l'ospedale della Misericordia per i malati di mente, l'ospedale del Cuore Immacolato di Maria con un terzo di letti riservati ai poveri, un ospedale di isolamento per gli inguaribili. La sua attività si estese anche all'Azione cattolica con l'evangelizzazione, la carità e l'educazione cristiana attraverso scuole e collegi affidati alla cura di vari istituti religiosi.
Di nome si chiamava Giuseppe, e il suo santo per eccellenza, come per tutti i missionari a corto di quattrini, era naturalmente san Giuseppe. L'aveva assalito di novene per sette anni per costruire il suo ospizio al quale, per riconoscenza, aveva dato il suo nome. E si dichiarava il suo uomo di fatica, il suo boy, il suo servo. A san Giuseppe egli andava e s'indirizzava quando religiose, membri dell'Azione cattolica o amici in difficoltà gli confidavano le loro noie finanziarie, aggiungendole alle proprie, che non mancavano.
Egli ripeteva con ragione: "Io posso morire, poco importa. Ma san Giuseppe non muore".
Le circostanze dimostrarono in seguito come questa fiducia fosse giustificata e fondata. Un giorno confidò alla superiora delle Piccole suore dei poveri un suo ostacolo finanziario, e quella, che doveva essere molto allenata a questo tipo di difficoltà, gli indicò con molta calma l'unico modo per uscire dalla crisi: mettere la medaglia di san Giuseppe nel luogo stesso dei lavori.
Così egli fece, ma san Giuseppe sembrava non affrettarsi a intervenire. Allora prese un'ulteriore risoluzione: con gli ultimi trenta dollari della cassa comprò una statua del santo, la pose su un rialzo di terra, riunì i poveri e li fece pregare per ottenere almeno il denaro dei salari. Alla vigilia della scadenza, un benefattore fece recapitare mille dollari: questo era il segno che Dio voleva l'opera!” (J. Masson, Lo Pa-Hong, storia di un milionario, Ed. Isme 1953, pagine 133).
“Eccolo là, sopra l’altare!”
Continua p. Ermanno Zulian nel suo libro: “La conversione della sua famiglia risaliva alla storia del grande apostolo Matteo Ricci. E la casa Lo era aperta a tutti i missionari che arrivavano in Cina, da qualunque nazione venissero”. Anche p. Uccelli fu ospite a casa sua, in seguito a una strana coincidenza.
Alle cure di p. Pietro Uccelli era stato affidato un confratello con patologie di crisi mentale. Gli era stato consigliato di portarlo a Shanghai per una visita specialistica, ma senza risultati. Tuttavia, in quella circostanza padre Uccelli ebbe modo di visitare il grandioso complesso delle opere di carità fondate da quell'insigne cristiano, e ne rimase profondamente colpito.
Così, davanti alla chiesa, eretta in mezzo a tanti edifici, gli chiese: "Dica, dica: come fa lei a tirare avanti con tanta gente qui dentro?". L’altro sorrise, e aprendo la porta lo fece entrare in chiesa e disse, additando la statua di san Giuseppe: "Padre, ci pensa san Giuseppe! Eccolo là, sopra l’altare…".
Padre Uccelli non disse altro. Ma conservò nel suo cuore questa bella impressione della terra cinese; e la coltivò tutta la vita come un’ammonizione che gli veniva dall’alto” (E. Zulian, Gioia di fare il bene, pp. 21-22).
“Tra p. Uccelli e la famiglia di Lo Pa-Hong si intrecciò un’intima relazione” - scrive p. Franco Teodori, che l’aveva conosciuto personalmente in Cina.
“P. Uccelli era convinto di trovarsi davanti a un modello di cristiano che viveva il cristianesimo in modo inequivocabile. Per lui egli era come il Cottolengo di Shanghai”.







