Alla periferia della Sierra Leone
Fratel Bruno Menici, di Castegnato ma originario della Val Camonica (Temù, per la precisione), è missionario in Sierra Leone. Lo abbiamo intervistato.
Dove ti trovi ora?
Da due anni sono in una zona di confine, a pochi chilometri dalla Guinea. Nella missione di Mongo Bendugu (duemila persone) siamo una piccola comunità internazionale: io, il più anziano (italiano), p. Louis Birabaluge (congolese) e p. Franciscus Sudarmanto (indonesiano). Con una formazione saveriana alla base che ci accomuna, veniamo da tre continenti diversi e abbiamo tre visioni della comunità e dell’approccio alla gente differenti… Ma questo ci arricchisce!
Che zona è?
Impegnativa, perché il 60-70% è musulmano, ma non fondamentalista. Il 6-7% è cattolico e poi c’è una buona percentuale di religioni tradizionali. E questo è il punto nodale. Per noi, nuovi della zona, è difficile, perché la gente non parla delle loro credenze (spiriti buoni e cattivi, per esempio, antenati, morti, stregoneria)… Anche i presbiteri locali non riescono a liberarsi da queste tradizioni. A me colpiscono i bambini quando parlano: sono completamente assorbiti da avvenimenti e credenze. Penso che, se anche noi riuscissimo a dare certi strumenti nella catechesi, il resto lo farebbero i bambini!
Hai assistito ad alcuni riti?
Qui no, in passato sì (matrimoni e funerali). Ma per loro noi siamo stranger (stranieri) e ci tengono un po’ distanti. Anche perché ancora non parliamo bene la lingua locale che è il koranko (la tribù dominante). È difficile capire da dove arrivano. All’inizio erano cacciatori, ora sono agricoltori. Molti giovani però, dopo aver frequentato la scuola superiore, non tornano. Si sta modificando lo stile…
La missione cos’ha?
Nulla. Stanno montando un traliccio per le comunicazioni interne. Stiamo cercando di sistemare l’impianto satellitare. Siamo abbastanza isolati. Ci troviamo a 6-7 ore da Makeni (8 da Freetown), la missione più vicina è Kabala, nostro punto di riferimento.
È una missione di primo annuncio?
Sì. Da 5 anni è una parrocchia a tutti gli effetti. Si tratta di un lavoro paziente che svolgiamo, rispettando i tempi della gente e quindi la tradizione orale. Usiamo pochi materiali, giusto qualche film, visto che adesso c’è un salone. Abbiamo l’impressione che ci sia una grossa barriera tra il nostro modo di pensare e la loro vita… Non c’è un feedback dei problemi, la gente non si confida e così l’annuncio diventa più difficile.
Avete contatti con i musulmani?
Cerchiamo di essere aperti e agli incontri invitiamo il capo-villaggio. C’è una gerarchia molto rigida che dobbiamo rispettare (egli è un po’ il sindaco, il paramount chief, il capo della regione). Quando ci sono problemi comuni da risolvere, invitiamo a cooperare, per il bene di tutti.
Il rapporto con le ONG?
Durante il periodo dell’ebola, alcune di esse (“Medici senza frontiere” in particolare) sono state di aiuto. Molte non hanno esperienza, altre ancora sono andate all’avventura, alimentando budget insostenibili… Bisogna riconoscere che senza queste organizzazioni l’ebola forse non si sarebbe debellato in poco tempo. Ma bisogna essere consapevoli che spesso l’80% di ciò che prendono serve per sostenere l’apparato. Allo stesso tempo, cerchiamo di rendere la popolazione meno ingenua e sprovveduta. È una sfida culturale molto impegnativa.
L’ebola ha unito i sierraleonesi?
Non era raro sentire abbinati l’ebola e la guerra, quasi che la prima sia stata un castigo per la seconda. Ci sono stati momenti forti e la volontà di cambiare. Ora, si vive un periodo di rilassamento, quasi per godere della tranquillità ritrovata. L’ebola e i ribelli hanno inferto un colpo basso al paese. E questo si è visto soprattutto dal punto di vista educativo.
Mi auguro che le persone che hanno responsabilità (compresi i religiosi) abbiano imparato qualcosa da queste due grandi tragedie. Ma il problema grande è sempre la corruzione.
Come stanno i saveriani in Sierra Leone?
Stiamo cercando di voltar pagina dopo la difficile transizione tra mons. Biguzzi e mons. Paganelli, vescovi di Makeni. Si parla di riconciliazione, anche se nei villaggi ci sono altri problemi e non avvertiamo queste differenze tribali che hanno bloccato un po’ la diocesi. La chiesa sierraleonese è giovane, è viva, le vocazioni non sono un problema. Il problema, per noi, è trovare persone che abbiano certi requisiti.
A ottobre, è stato ordinato il primo saveriano sierraleonese Solomon Kargbo, dopo tanti anni di tentativi. È un punto di partenza. C’è anche un buon numero di giovani in formazione… Servirebbe un sierraleonese in Sierra Leone, che porti entusiasmo ed energie nuove.
È arrivato il vento di papa Francesco?
In comunità ne parliamo spesso. Anche nelle omelie viene tradotto e citato. È una figura che arriva al momento giusto. Abbiamo mostrato un video del suo viaggio in Africa. La mia impressione è che da noi sia una figura ancora un po’ lontana, rispetto alle città.
Siete gli unici religiosi a Mongo Bendugu?
Sì e siamo i primi a essere stanziali. Dopo la guerra civile, le altre congregazioni si sono spostate nei grandi centri. Purtroppo, stanno nascendo chiese locali, legate a uomini e donne dal forte carisma. Questo è un fenomeno nuovo e preoccupante. La gente non distingue e non capisce. So che in altri posti della Sierra Leone si assiste a una migrazione dalla chiesa cattolica verso questo tipo di religiosità.








