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"Ho visto il sorriso di chi lotta e spera"

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Tema del "Paginone" di questo numero: "Memoria e Profezia: la strada segnata dai martiri - Suor Gina Simionato, falciata da un mitra

"Mi faccio suora per andare in missione". Era disposta anche a forzare la mano dei suoi superiori, pur di partire presto per l’Africa, perché quella era la sua vocazione, la sua vita. Una vita spezzata da una raffica di mitra, in Burundi, la mattina di domenica 15 ottobre dello scorso anno, mentre, con alcune consorelle dal seminario di Gitega stava recandosi a Gihiza, sede della Comunità di cui era superiora, per partecipare alla Messa.

Suor Gina Simionato, 55 anni, nativa di Santa Cristina di Quinto di Treviso, era suora Dorotea, dal 1973 in missione in Africa. Il suo nome è andato ad aggiungersi alla già lunga lista di missionari uccisi in varie parti del continente africano: in sole due settimane, sono stati quattro gli italiani uccisi in Africa. L’ultima, prima di suor Gina, era stata la missionaria Floriana Tirelli, della Congregazione delle Suore di San Giovanni Battista di Roma, trucidata il 7 ottobre da un commando di uomini armati nello Zambia.

"Gina era una ragazza vivace e più testarda di un mulo. Quello che voleva lo otteneva", ricorda il fratello maggiore, che ha seguito da vicino la sua vocazione religiosa. Nata in un’umile casa, in un borgo a due passi dalle acque del fiume Sile, seconda di cinque fratelli, Gina, come del resto tutta la famiglia Simionato, frequentava assiduamente la parrocchia. Erano i tempi in cui il patronato era la seconda casa per i ragazzi del paese e l’Azione Cattolica spopolava. Ed anche Gina non faceva eccezione. Il resto lo metteva l’impeto di un parroco e di un cappellano, che crescevano i fanciulli e i giovani a suon di ritiri spirituali. È anche per questo che le vocazioni religiose a Santa Cristina sono sempre fioccate.

"La nostra è una parrocchia di appena 1.500 anime, ma in certi periodi si potevano contare anche cento suore viventi, molte delle quali missionarie, e una quindicina di sacerdoti. Ancor oggi le suore native di Santa Cristina sono una quarantina", dice don Luigi Spolaore, fino a pochi anni fa parroco di questa vitalissima comunità. Era stato proprio lui a battezzare e a seguire il cammino spirituale della giovane ragazza.

"Ed è stato proprio dopo l’ennesimo esercizio spirituale che Gina mi confessò la sua volontà di farsi suora. Aggiungendo subito il suo desiderio di voler andare in terra di missione, nonostante la sua cagionevole salute. Ricordo ancora quanto mi disse allora: "Devo andare, don Luigi. O si dà tutto al Signore o nulla". Non conosceva mezze misure. Aveva appena 18 anni".

Ma cos’ha scatenato in quella giovane ragazza l’impulso di lasciare una famiglia che l’adorava e il paese che l’aveva vista nascere per buttarsi in un’avventura così piena di incognite?

Ad affascinarla fu un film di un padre missionario: "È stato forse quel momento che ha marcato in me la necessità di fare un salto di qualità per realizzare la mia vita di battezzata", racconta la stessa suor Gina in un suo scritto, nel quale traspaiono tutte le speranze e i timori della sua vocazione. "Mi sembrava impossibile arrivare, mi sentivo troppo piccola. Qualche anno più tardi decisi di fermarmi un po’ per rifletterci e prendere sul serio quella "voce" che si faceva sempre più insistente e affascinante: portare il Vangelo nel mondo lontano. E decisi, a sorpresa di tutti, di consacrarmi a Dio nella vita religiosa-missionaria. Nel settembre del 1963 sono entrata tra le suore Dorotee a Venezia".

L’Istituto non aveva ancora missioni, ma il suo direttore spirituale le aveva promesso: "Entra, la missione verrà dopo". "Questa speranza", continuava suor Gina, "che di tanto in tanto tendeva a spegnersi, s’è avverata in circostanze provvidenziali, e nel 1973 ho messo per la prima volta il mio piede in terra d’Africa, in Burundi. Ho capito che se Dio mette in cuore un desiderio sincero di bene, a suo tempo e a suo modo ce lo fa realizzare".

In Burundi la suora rimase fino al 1987, anno in cui il regime aveva alzato il tiro contro la Chiesa cattolica e i suoi missionari. Lavorava in un dispensario, dove faceva di tutto: dall’infermiera alla ginecologa: si era preparata in Belgio per questo tipo di interventi. Lasciare il Burundi fu per lei un duro colpo. Ma il Signore ha anche detto: "Se ti cacciano da un Paese, recati in un altro".

Dopo un anno, i superiori le hanno proposto lo Zaire, nella Regione a Sud di Bukavu. Descrive così le zairesi: "La donna è laboriosissima, capace di grande sacrificio per portare avanti la famiglia: coltiva, cura la casa, educa i bambini, va al mercato con enormi sacchi e fa decine di chilometri, sempre con il sorriso sulle labbra. È il sorriso che disarma gli europei: è il sorriso di chi lotta e spera".

Lo stesso sorriso che suor Gina non ha mai smesso di regalare ai bambini della scuola dove insegnava e alle donne della parrocchia di Gihiza, che iniziava ai lavori dei campi e all’allevamento.

Non temeva la morte: "È nel conto che dobbiamo pagare", disse qualche tempo fa al suo vecchio prete.

Dalla madre ottantenne, prima di lasciarla l’estate scorsa, durante la sua ultima visita in Italia, si congedò così:

"Arrivederci, mamma, magari in Paradiso".



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