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Antonio ha dato la vita per il Vangelo

"Viveva in Burundi da oltre vent’anni, in una bidonville di Bujumbura, dentro una casa di fango e mattoni, senz’acqua e senza luce. Si chiamava Antonio Bargiggia , era un missionario laico, un italiano smilzo e bassino, nato a Milano 43 anni fa.

L’unico occidentale autorizzato a visitare il carcere della capitale, ammesso persino nel braccio della morte. L’hanno ucciso una mattina, portandogli via quel poco che aveva: un paio di sandali ai piedi, un vecchio orologio, la Land Rover di servizio. Forse è stata una rapina.

Antonio viaggiava con Marko, un amico del posto, lungo la strada che va da Mutoyi alla capitale Bujumbura. Poi, sulla sterrata nei pressi di Kibimba, ha visto la barriera. Quattro uomini sono sbucati fuori, un paio in un’uniforme. Uno di loro ha appoggiato l’arma alla guancia del missionario. Ha sparato. Marko è fuggito. Il corpo di Antonio è stato perquisito e scaraventato fuori dalla Land Rover. I quattro, saltati sui sedili insanguinati, sono corsi via.

"Papà" Antonio, come lo chiamavano in Burundi, aveva vissuto tutti i giorni di sangue del Paese africano, dal rischio di un genocidio simile a quello ruandese ai continui massacri dei civili.

Era cresciuto a Casirate di Lacchiarella nel milanese. Lì aveva preso il diploma di perito, aveva conosciuto don Cesare Volonté, un collaboratore del Vispe (Volontari italiani solidarietà Paesi emergenti) e aveva deciso di partire. "Se n’era andato in Africa – racconta la sorella Adriana – che aveva solo 20 anni. Lo vedevamo ogni 4 anni e ogni volta era ansioso di ritornare.

In Burundi era felice.

Un "San Francesco" sempre con l’occhio ai poveri: Non accettava in regalo nemmeno un paio di pantaloni o un abito nuovo. Indossava solo roba usata". Antonio aveva preso i voti da fratello laico: castità, obbedienza e povertà. La Comunità alla quale faceva capo, "Amici dei poveri", benedetta dal card.Carlo Maria Martini. Si occupava di tutto, ma specialmente dell’assistenza ai carcerati. Distribuiva viveri e medicinali. Era riuscito a portare persino un dentista dentro le celle".

Parlando della morte di Antonio, il card. Martini ha detto: "Si aggiunge a quella di tanti altri uomini e donne generosi che hanno voluto offrire la loro vita a servizio dei più poveri. La loro morte è un monito per noi, perché non lasciamo soli questi Paesi così poveri e così spesso dimenticati".

Richiesto di raccontare qualcosa della sua esperienza, Antonio ultimamente scriveva:

"Mi è stato chiesto di scrivere qualche riga sulla nostra vita di "fratelli dei poveri" nel quartiere di Buterere. Proverò a farlo, anche se è difficile esprimere con le parole ciò che costituisce la nostra vita di tutti i giorni. Abito da nove anni in questo quartiere della periferia di Bujumbura, cercando di condividere in ogni momento la vita dei poveri della città. Con un altro fratello burundese, abitiamo in una piccola casa nell’ultimo quartiere.

Abbiamo molti vicini, quasi tutti musulmani: andiamo molto d’accordo e ci aiutiamo gli uni gli altri. Non è che noi facciamo molto per loro, sul piano del rispondere ai bisogni materiali, ma condividiamo le loro gioie e le loro pene, i momenti di paura e di angoscia, e tutto questo ci unisce molto e fa cadere le barriere che possono esserci tra nero e bianco, tra una religione e l’altra.

Io sono semplicemente un abitante di Buterere, che va a cercare l’acqua alla fonte e fugge con loro quando sparano durante la notte.

Questa "presenza" mi permette di avvicinarmi a tutti. A casa nostra arriva la povera donna maltrattata dal marito ubriaco, viene la madre che piange la perdita del figlio; sanno che possono aprire il loro cuore con noi ed essere comprese. Ci è facile far visita a quelli che sono vecchi o malati e portar loro un sorriso.

Cerchiamo anche, nel limite delle nostre possibilità, di offrire un aiuto concreto a coloro che non hanno niente da mangiare, così come ai malati di Aids che hanno bisogno di un’attenzione speciale.

Il carisma della nostra Comunità è vivere il Vangelo in mezzo alle persone più povere e abbandonate, cercando di vivere la vita di Gesù nella semplicità di Nazareth. Ecco perché abbiamo scelto il quartiere di Buterere e abitiamo in una casa come quella della gente comune.

La preghiera, la povertà e la carità verso coloro che più ne hanno bisogno sono le basi della nostra presenza; il lavoro manuale e la fatica ci fanno sentire vicini a questi poveri e ci aiutano a capire le sofferenze e le difficoltà che essi devono affrontare. Questa scelta di condivisione viene dalla convinzione profonda che la vita religiosa debba essere, per quanto possibile, il riflesso della vita di Gesù, per poter trasmettere bontà e amore al popolo.

Nella nostra piccolezza, ci riproponiamo di essere questo riflesso in mezzo alla gente del nostro quartiere".



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