Giappone: Fede che genera cultura
Padre Andrea è un saveriano mantovano; è responsabile dell'istituto di ricerca per la cultura cristiana e insegna alla St. Thomas University di Osaka in Giappone.
La presenza dei missionari nelle scuole in Giappone risale al Saverio e ai missionari dopo di lui. Molti libri, stampati con le macchine fatte arrivare dall'Europa, mostrano il grande lavoro compiuto dai missionari per trovare le espressioni appropriate in lingua giapponese in modo da rendere comprensibile il cristianesimo.
Il grande stratega delle missioni gesuitiche in Oriente, padre Alessandro Valignano, volle che i missionari stranieri si adattassero in tutto alle usanze giapponesi. Favorì anche l'apertura di collegi e seminari, dove curare la formazione di laici e sacerdoti affinché lavorassero nell'evangelizzazione.
In uno dei corsi accademici sto presentando agli studenti la prima traduzione in giapponese della "Imitazione di Cristo", che risale al 1609. È interessante notare gli sforzi che sin da allora si facevano per rendere comprensibili concetti come "peccato originale", "redenzione", "anima", "contrizione"... Il trasferimento di concetti da una cultura a un'altra rimane ancora oggi uno dei nostri compiti più importanti.
Dio è presente ogni giorno
Attualmente il sistema scolastico giapponese è molto centralizzato, in linea con la concezione di uno Stato forte e impegnato nell'economia. Eppure da oltre cento anni operano tante scuole "private", tra cui spiccano quelle di ispirazione religiosa. Quelle cattoliche e protestanti, insieme, rappresentano il 62% del totale (mentre i cristiani sono circa l'1% della popolazione). Le scuole cristiane sono conosciute e apprezzate come "mission schools - scuole della missione", e sono la via più comune per l'incontro con il cristianesimo.
I missionari che lavorano in questo settore hanno la responsabilità di non ridurre il messaggio evangelico a semplice dottrina morale o a "pronto soccorso sociale". Devono cioè evitare di presentare un'immagine di Dio che sia funzionale al potere economico, un Dio che, anche se c'è, è lontano dalla concretezza della vita quotidiana...
Un contributo per cambiare in meglio
Quando ancora non si parlava molto di dialogo interreligioso, i professori dell'università cattolica "Sophia" di Tokyo e "Sapientia" di Osaka pubblicavano studi di alto livello scientifico sulle religioni e sulla religiosità dei giapponesi. Inoltre, si continuano ad approfondire le verità e le esperienze della fede cristiana, aiutando i fedeli a interiorizzare e integrare fede e vita.
Se il cristianesimo è considerato sempre meno una religione che "puzza di burro" (tipica espressione giapponese per indicare qualcosa di sgradevolmente occidentale), questo lo dobbiamo in gran parte al lavoro educativo nelle università.
I 500mila cattolici giapponesi formano un gruppo di persone profondamente radicato nella fede cattolica e nella propria cultura: ciò rende possibile un continuo dialogo tra fede, cultura e vita. Attraverso la loro attiva presenza nella vita sociale, politica e culturale del Giappone, esercitano una proficua influenza per ottenere alcuni significativi cambiamenti nella vita della nazione.
Un rapporto intenso, per sempre
Sono soprattutto le scuole cattoliche (559 materne, 54 elementari, 98 medie inferiori, 113 medie superiori, 48 università) che fanno della chiesa una realtà molto visibile e rispettata. I rapporti tra le scuole e gli studenti, ex alunni e genitori, è molto intenso e dura tutta la vita, senza alcuna imposizione religiosa. Gran parte degli studenti, pur non diventando cattolici, "simpatizzano" per il cattolicesimo.
Recentemente è venuta a trovarmi una giovane, a cui avevo insegnato l'introduzione al cristianesimo quindici anni fa; è venuta per chiedere il battesimo per sé e per il figlio. Da studentessa non aveva dato molto peso ai discorsi fatti durante le lezioni. Dopo quindici anni aveva cominciato a costruire un nuovo senso alla sua vita in famiglia.
Racconto questo per dire che noi siamo persone che seminano e che i frutti, se seminati bene, non sappiamo né quando né come arrivano.







