Fratel Vittorio nell’umile periferia/2
Continuiamo a conoscere meglio fratel Vittorio Faccin, con questa seconda puntata sulla sua vita. Fratel Faccin è un esperto costruttore. È chiamato dai confratelli per la costruzione di piccole cappelle, di grandi chiese parrocchiali, di scuole e dispensari… Nelle sue lettere parla spesso di edifici, di viaggi, di provviste, di pozzi, di ottimi muratori. Ma non dimentica la catechesi, le visite agli ammalati, le riunioni e il campeggio con i giovani. “Visiterò alcuni villaggi dove incontrerò i ragazzi. Dovrò esprimermi in kiswahili... Questo viaggio non sarà lungo. Il villaggio più lontano è a soli 50 chilometri di distanza. Mi preoccupa solo una cosa: la formazione di bravi giovani. Con queste distanze, non posso fare di più”. L'11 ottobre 1962 è il grande giorno dell’apertura del Concilio Vaticano II. Vittorio è a Kiringye, vecchia missione dei padri bianchi e costruisce la casa per le suore. Alla radio ascolta la trasmissione della celebrazione di Roma e segue l’omelia di papa Giovanni XXIII. Le campane di San Pietro e di tutte le monumentali cattedrali del mondo suonano per festeggiare l’avvenimento.Vittorio, entusiasta, si unisce alla festa e fa scampanellare la modesta campana “sospesa su due pali di legno”. Felice, raggiante e commosso, in quest’angolo del mondo, si sente un umile protagonista nella chiesa universale. “Ho provato l’emozione del naufragio”, scrive con fierezza ai suoi genitori. Infatti, ha rischiato in una tempesta quando ha passato tutta la notte sulle acque del lago Tanganica (18 e 19 marzo '63). Il viaggio, che normalmente si fa in quattro ore da Uvira fino a Baraka, quella volta era durato quasi un giorno. “Eravamo circondati da cinque temporali. La nostra barca non teneva più i colpi... Passammo la notte in mezzo al lago, eravamo riparati da un tetto di lamiera, mentre l'acqua entrava da tutti gli angoli. Bagnati fino al midollo, arrivammo alla base il giorno dopo”. In un’altra lettera, Vittorio racconta l’avventura record: “Nel giro di una settimana sono passato in tutte le carceri sulla strada da Fizi fino a Bukavu, 250 chilometri”. Riferisce, quasi divertito, nei dettagli, la sua via crucis di prigioniero che, per fortuna, ha avuto una conclusione positiva.Amava fare il bagno nel lago Tanganika. Una volta gli è capitato l’incontro con un coccodrillo. Scrive: “Non ci si fida più ad andare da soli. Mi trovavo a una decina di metri dalla riva, quando i ragazzi hanno incominciato a gridare 'Frera, kuna mamba, mamba, mamba” ... (Fratello, c'è il coccodrillo). Era a pochi metri da me... Anche nella bocca di un coccodrillo è una morte di carità: sfamare una bestia affamata!” (Baraka, 5.4.62). Vittorio amava fare lunghe passeggiate con i gruppi di ragazzi e giovani. Così descrive: “Con un pezzo di pane nella borsa, un giorno ho camminato 24 km: 12 per arrivare al villaggio e altrettanti per il ritorno alla missione. La mia vita può essere vissuta semplificata al massimo. In campeggio con i ragazzi, dormo sul pavimento con una coperta e su una stuoia” (18 novembre 1960).Nelle necessità quotidiane, ha una grande fiducia nella provvidenza: “Un pensiero non mi preoccupa mai: che cosa mangeremo?”. Nelle contrarietà dell’apostolato è fiducioso nell’annuncio del Vangelo: “Molte sono le difficoltà che incontriamo nell’evangelizzazione. Ed è il momento in cui sentiamo più vicine la protezione e la grazia del Signore”. Con l’assassinio di Patrice Lumumba (17 gennaio 1961), iniziano gli eventi che fanno precipitare il Congo nel caos. Soprattutto gli europei sono in pericolo e vivono in un incubo. Fratel Vittorio racconta: “Giovedì, 2 febbraio 1961 a mezzogiorno, un elicottero delle Nazioni Unite è atterrato fuori dalla finestra della mia camera nella mia missione di Baraka: un militare è sceso per parlare con noi. In inglese, chiedeva se volevamo andare con lui e fuggire dal paese. Naturalmente la nostra risposta è stata: NO!”. La visita non richiesta e inattesa dell’ONU causa sospetti senza fine e la polizia locale segue fratel Vittorio con molte angherie e lo costringe ad un lungo viaggio verso Bukavu per giustificarsi davanti alle autorità. Alla fine il fratello ne esce con questa esclamazione: “La vita è bella, piena di tare e ci si può divertire!” (21 febbraio 1961). [continua]







