Festa degli indio a Rio das Cobras
Ogni mese, nella casa dei saveriani di Ancona, si tiene l’incontro dei laici missionari. Dopo la testimonianza di Alessandro e Alessandra, che con i loro tre bambini hanno vissuto un anno a Laranjeiras do Sul, in Brasile, è toccato a me che sono stato missionario in quella parrocchia per sei anni.
Gli Andreoli hanno parlato della loro esperienza con gli indios nel villaggio di Boa Vista. Ne ho approfittato per raccontare anch’io un episodio.
L’invito alla festa
Molte volte avevo incontrato indios a Laranjeiras do Sul. Arrivavano a cavallo o a piedi, vendevano i prodotti del loro artigianato e ritornavano subito alla riserva di Rio das Cobras con grandi boschi di pini.
Era il 18 gennaio e al tramonto un indio batté alla porta del piccolo seminario parrocchiale. Mi disse che stava tornando da Guarapuava, dove era andato a comprare una piccola statua di San Sebastiano. Lo accolsi e andai a dormire. Al mattino lui partì presto e il parroco mi disse: “Domani ci sarà festa nella riserva di Rio das Cobras, con la Messa in onore di san Sebastiano, il battesimo di alcuni bambini e il pranzo. Là vive un pastore luterano con la famiglia; lavora come infermiere tra gli indios. Vai anche tu”.
La Messa e il battesimo
Arrivai il mattino nella riserva e i ragazzi mi baciarono la mano. Prima della Messa, incontrai gli indios che avevano bambini da battezzare. Annotai i loro nomi e dati. Incontrai il pastore Walter, molto simpatico, e mi disse che lui parlava una delle loro lingue. Erano in tutto 900 indios. Il pastore aveva alcuni brani del vangelo di Marco tradotti e scegliemmo la stessa lettura che io avrei proclamato in portoghese e lui nella lingua caingangue.
Cominciò la Messa e gli indios riempirono la sala che serviva da cappella; sulla mensa con la tovaglia c’era la statua di san Sebastiano.
Dopo il vangelo, feci una breve omelia con la spiegazione del rito del Battesimo. Ci fu un mormorio di approvazione quando dissi che l’olio faceva scivolare via gli attacchi del nemico e l’acqua era segno di vita umana e cristiana.
I bambini furono battezzati, tutti parteciparono attentamente alla Messa e uscirono felici.
Nutriti nel corpo e nello spirito
La festa continuò con alcuni giochi, gare, una breve partita di calcio e una danza folcloristica. Arrivò l’ora del pranzo… Nella loro lingua chiamano festa “il giorno in cui si mangia la carne di bue”.
Dall’altoparlante udimmo un breve discorso prima in portoghese e poi in caingangue del capotribù Henrique, che mi aveva chiesto ospitalità due giorni prima. Mi spiegarono che egli era il capotribù, un uomo molto intelligente che aveva imparato bene il portoghese, facendo perfino il servizio militare; ma gli piaceva anche mantenere viva la cultura degli indios”.
A fine pranzo, alcuni ragazzi si misero a giocare tra gli alberi e uno degli ospiti disse che avrebbe voluto portare due sacchi di caramelle per vedere la felicità dei piccoli indios. Ma Henrique subito gli rispose: “È bello volere la felicità dei nostri ragazzi, ma le caramelle sono dolci e i nostri piccoli non sono abituati; avrebbero la diarrea. Piuttosto, mi piacerebbe che le maestre che vengono qui imparino anche la nostra lingua, in modo che i ragazzi sappiano leggere e scrivere in portoghese e in caingangue”.
Tutti ammirarono l’osservazione e dicemmo che il cristianesimo è ben rappresentato dalla croce, con il braccio verticale, che indica il nostro amore verso Dio e sostiene il braccio orizzontale, che indica il nostro amore verso il prossimo. La festa indigena ci aveva nutrito nel corpo e nello spirito.







