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P. Gianni Brentegani, saveriano di Rivoltella (BS), ha parlato ai presbiteri bresciani, nella giornata dedicata a S. Francesco Saverio.

Per il tema scelto per questo 3 dicembre 2018, “Essere missionari oggi in Congo RD”, ci porta a parlare di due testimoni congolesi che ci indicano con la loro vita alcuni criteri della missione: mons. Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu, di cui si è appena chiuso il processo diocesano di beatificazione, e il dottor Denis Mukwege, “l’uomo che ripara le donne”, premio Nobel della pace 2018.

Mons. Christophe Munzihirwa è stato assassinato il 29 ottobre 1996, in odium fidei, proprio all’inizio della prima guerra di occupazione. Conosciuto per il suo parlare diretto e il coraggio con cui denunciava ogni male e ingiustizia, aveva previsto la guerra e l’invasione del paese da parte di gruppi armati, ma anche di eserciti di governi stranieri limitrofi, come Uganda, Ruanda e Burundi, appoggiati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Il 29 ottobre 1996, la città di Bukavu è presa da queste forze riunite sotto l’acronimo dell’AFDL (Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo), capitanate da Laurent Kabila, padre dell’attuale Joseph Kabila. Mons. Munzihirwa è assassinato con un colpo di pistola alla nuca da soldati in uniforme, tra le strade deserte, nella piazza che oggi porta il suo nome.

In ambito popolare cristiano, subito dopo la morte, era già chiamato il Romero dell’Africa. Viveva poveramente, indossava pantaloni da contadino, una semplice camicia e scarpe consunte. “Ho il dovere di vivere come la mia gente”, diceva. L’unico segno che testimoniava il suo ruolo pastorale era la croce pettorale. La sua porta era sempre aperta. Munzihirwa dava sempre coraggio e speranza a tutti. Confortava e animava convincendo tutti che la giustizia poteva essere di casa anche in Congo. Era un profeta che parlava senza paura e diceva solo la verità sia al clero che ai politici. Nessuna voce è stata così chiara a quel tempo come la sua. Era la sentinella, il riferimento della popolazione, l’interprete della realtà.

bs Brentegani Munzihirwa e Mukwege

Il dottor Denis Mukwege, ginecologo e pastore della chiesa pentecostale, cura le vittime della violenza sessuale come arma di guerra dal 1996. Nato nel 1955, Mukwege studia medicina in Burundi e si specializza in Francia in ginecologia. Nel 1998 fonda il “Panzi Hospital”, alla periferia est della città di Bukavu, poco lontano da una casa di formazione dei saveriani. Accoglie tutte le donne vittime di stupri, ricucendo le terribili lesioni fisiche e psicologiche procurate dalla ferocia di un’umanità imbestialita. È anche una voce autorevole che si alza sempre più forte per denunciare questo crimine. Nel settembre 2012, in un discorso alle Nazioni Unite, denuncia l’impunità di questo crimine chiamando in causa, oltre ai governi dei paesi limitrofi, anche il governo congolese, accusato di non fare nulla per combattere questo crimine. Un mese dopo, tentano di ucciderlo. Con il Premio Nobel, Mukwege è diventato un simbolo per il suo paese, di un uomo che si dona per gli altri. Il suo principio di base è: “la giustizia è affare di tutti”.

La vita in Congo è stata per me una palestra di umanità, spiritualità, pastorale e formazione. Nella periferia s’impara molto, soprattutto in Africa e in particolare in Congo dove sofferenza, povertà e violenza sfregiano la vita di molti. Eppure, c’è ancora tanta voglia di vivere e c’è speranza che la situazione cambi.
La gente sa che non può fare affidamento sui politici e che l’ultimo portavoce credibile è la chiesa cattolica. E in Congo la credibilità è stata conquistata a caro prezzo, grazie a chi ha saputo dare la vita fino in fondo. Il loro esempio aiuta i congolesi a far nascere energie nuove, che sanno resistere all’ingiustizia, reagiscono davanti al fatalismo e cercano di contrastare la violenza con le mani nude della non-violenza. Ho conosciuto uomini e donne, giovani e adulti che, accogliendo il vangelo, hanno iniziato a vedere la realtà con occhi nuovi e a distinguere meglio il bene dal male. Molta gente vive ancora sotto l’intimidazione di una mentalità magica che condiziona le scelte. Ma tante persone, lasciandosi guidare dal vangelo, sono state capaci di sottrarsi a queste influenze. Dopo aver accolto il vangelo, hanno fatto scelte coraggiose, andando contro la mentalità dominante.

L’annuncio del vangelo svela quella falsa religiosità che presenta da una parte un Dio che castiga con malattie, catastrofi e morti, e dall’altra un Dio che offre prosperità nella misura in cui si dona. Ho conosciuto catechisti che hanno avuto il coraggio di denunciare ingiustizie fatte da chi dovrebbe proteggere la gente. Là dove arriva la forza del vangelo, il male fa un passo indietro!
Come missionario ho condiviso la vita dura di questa gente. Ho provato l’angoscia della guerra, creata per predare il paese delle sue ricchezze. Ho sentito su di me la stessa prepotenza che i militari usavano verso di loro e ho avuto una grande paura di morire. Ho condiviso umiliazioni e incapacità di dare risposte. Ho imparato a riprendere a sorridere, a gioire, a fare festa, a ringraziare il Signore.



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