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Mons. Giorgio Biguzzi, ottant’anni, cesenate, vescovo emerito di Makeni, è tornato in Italia dopo 35 anni vissuti in Sierra Leone, “la casa lontano da casa” come la definisce con affetto venato di nostalgia.

C’è in lui una serena pienezza che forse ha proprio quel nome: felicità. Ha superato dieci anni di guerra, il rischio del contagio di Ebola, contatti a dir poco azzardati con bande di ribelli feroci. È stato testimone di crudeltà sconvolgenti, ha affrontato un impegno di evangelizzazione in un Paese a stragrande maggioranza islamica, ma anche qualche attacco di malaria.

Cosa l’ha spinta verso la missione?

Sono cresciuto a Cesena e ho fatto il seminario a Bologna, poi verso i vent’anni mi sono chiesto cosa avrei voluto fare della mia vita. Beh, lì ho sentito come un grande amore, ho capito che la cosa che desideravo sopra ogni altra era andare in missione. Ho scelto di entrare nell’ordine dei saveriani.

Cosa ha lasciato in Sierra Leone?

Tanto, anche perché la mia vita da adulto l’ho vissuta lì. Ho lasciato persone che ho conosciuto bambine e che ora sono genitori, ho visto un popolo crescere attraverso la tragedia della guerra, da cui è emersa una nuova società, molto diversa dalla nostra, caratterizzata da un miscuglio di etnie e di lingue, da una scolarizzazione molto bassa e da un altissimo rischio sanitario. C’è una maggioranza di musulmani, ma i rapporti sono cordiali e con loro sono cresciuto anch’io.

È diventato un po’ africano?

(Ride di gran gusto) Non sono andato come turista o imprenditore, ma come missionario cattolico, ad annunciare Cristo e condividerlo con chi lo vuole accettare. Poi, come impone la nostra fede, se c’è un fratello che ha bisogno, ti fermi con lui.

C’è qualcosa della realtà africana migliore di quella di casa?

Sì. Per esempio, se vuoi fare un bagno di umanità è proprio in Africa che devi andare. È gente gioiosa e cordiale e ci si sente coinvolti dai suoni, dai colori sgargianti, dalla musica alta, dagli odori pungenti, dal movimento continuo della gente, da un’umanità che pulsa. Ti salutano, ti vengono incontro e anche sui mezzi pubblici non è che s’immergono nel giornale. Si parla e qualche volta si raccontano anche cose dolorose. Il rapporto umano è molto aperto e spontaneo.

Mai avuto dubbi o voglia di arrendersi?

Ho avuto una vita piena, e ringrazio il Signore perché ancora oggi a 80 anni posso sentirmi immerso in questo fiume vivo di cui sono stato parte, ma, certo, ci sono stati momenti in cui mi sono detto ‘ma chi me l’ha fatto fare?’.

E in quei frangenti cos’ha fatto?

Il Signore c’è sempre stato e qualche volta gliel’ho detto, ‘ma dove mi hai cacciato?! Io non sono venuto qua per i miei capricci’, poi però mi sono rimboccato le maniche.

Quando è capitato?

In molte occasioni. Durante la guerra ho visto cose terribili, ho vissuto nella violenza, in situazioni da cui non si vedeva via d’uscita. Ma anche quando i ribelli hanno rapito alcune consorelle, tra cui Lucia Santarelli, anche lei di Cesena, e le hanno tenute prigioniere per 55 giorni. Beh, la tentazione di raggiungere l’aeroporto o di passare il confine e andare verso la Romagna solatia c’è stata. Anche con un abito talare addosso restiamo uomini con le nostre debolezze. Ma sono contento di essere rimasto là. Nessun missionario del resto parte mai da solo. Parte appoggiato da una famiglia, da una comunità, da una cultura e da una fede che lo sorreggono.

Resto del Carlino, 17 gennaio 2016, pagina 4.



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