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I “venerandi” fratel Rigoni e padre Perlini.

Due saveriani sono in corsa per i cent’anni. Sono qui a Parma, nella casa madre che, con la sua infermeria, rappresenta l’attuazione più bella e concreta di quanto desiderava il beato Conforti per la sua congregazione:

“Ogni missionario la consideri come madre amorosa, sollecita sempre del suo bene morale e materiale…”.

Accolti da mons. Conforti

Nessun saveriano era arrivato finora alla loro veneranda età. Infatti, fratel Giacomo Rigoni e p. Gaetano Perlini hanno compiuto 98 anni, rispettivamente il 24 e il 29 ottobre scorso. “Veneranda età” non solo perché sono avanti negli anni, ma anche perché questi due confratelli hanno condotto una vita degna della massima venerazione.

RigoniGiac4bFratel Giacomo Rigoni, nativo di Asiago, è entrato nell’istituto del beato Conforti nel 1929, a vent’anni, e pronunciò i voti religiosi nella mani del fondatore, l’8 ottobre 1930, uno tra gli ultimi ad avere questo privilegio (Conforti morì l’anno dopo, il 5 novembre 1931).

Padre Gaetano Perlini fu accolto personalmente dal beato Conforti quando, a ventun anni, da Noceto si presentò all’istituto il 22 aprile 1930, con l’idea di diventare prete. Si mise sui banchi di scuola per corsi di studio affrettati, ma per quanto avesse cercato di accelerare, giunse alla professione religiosa il 7 ottobre 1932, dopo la morte del fondatore.

La missione in Cina

Giacomo Rigoni divenne infermiere provetto ed esercitò la sua professione con i confratelli malati della casa madre, finché non giunse il sospirato giorno della partenza. Partì per la Cina nel dicembre 1946. Negli ospedali delle missioni saveriane, un infermiere è un dono prezioso!

Padre Gaetano Perlini, divenuto sacerdote nel 1941, fece il “mestiere” dell’economo in alcune case saveriane, in tempo di guerra, quando bisognava cercare il pezzo di pane per i confratelli che vivevano a stento con la tessera annonaria. Poi partì anche lui per la Cina, con la medesima nave di fratel Rigoni.

Fecero appena in tempo a imparare un po’ di lingua e a iniziare qualche attività, che il martello comunista si abbatté sulla loro testa e li costrinse ad andarsene nel 1950, prima che la falce affilata non li minacciasse di peggiori ferite.

Infermiere e contadino

Fratel Giacomo tornò in Italia per ripartire poco dopo, nel 1955, per la Sierra Leone a esercitarvi quella professione che non gli era stato possibile praticare in Cina.

Rientrato per problemi di salute, continuò ad assistere i confratelli infermi in casa madre, finché si sentì meno efficiente e rinunciò a quel compito. Però, non si abbandonò all’inerzia. Scoprì un angolo di terreno incolto e ne fece un piccolo orto, nel quale coltivò pomodori e insalate per i confratelli, e fiori per la chiesa.

Solo quando le forze non lo reggevano più, lasciò il lavoro e si rassegnò alla carrozzella. Ma non si è avvilito. È rimasto sempre vigile nella mente e presente agli incontri della comunità. Ora ha qualche difficoltà nell’udito e nella parola, ma ha tempo di pregare e di ringraziare Dio per una vita bene spesa.

Il cuore in Giappone

Padre Gaetano, dopo la Cina, andò in Giappone e vi rimase 51 anni. Si è preso cura di varie comunità cristiane, ma in particolare si è dedicato per circa 9 anni all’assistenza dei cristiani ricoverati in due lebbrosari statali. In entrambi ha lasciato un segno: ha costruito una piccola chiesa, a consolazione dei cristiani. Quando rientrò nella zona affidata ai saveriani, a Kushima costruì un’altra chiesa, dedicata alla Madonna, che è un piccolo gioiello.

Avrebbe voluto morire sulla breccia, ma i superiori lo invitarono a tornare in Italia. Ora si dice di lui che “è senza cuore”, perché il suo è rimasto in Giappone, dove per più di cinquant’anni ha faticato per il regno di Dio e per la salvezza delle anime.



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