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Due paesi "estremi": Inculturazione in Giappone

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Sono stato inviato in Giappone nel 1999. Ho studiato per due anni la lingua ed è sorta l'idea di inserirmi come missionario nel campo culturale, che è attività abbastanza nuova per i saveriani in missione.

Ho iniziato dall'aspetto filosofico, studiando gli scritti dei filosofi della scuola di Kyoto che avevano una formazione buddhista, totalmente nuova per me. Perciò ho studiato a fondo il buddhismo per capire su quali radici basavano il loro ragionamento. Sembra una fatica astratta, invece poi mi è risultata molto utile, perché grazie a questi filosofi sono riuscito a capire qualcosa dell'ambiente giapponese (è come se uno volesse studiare il pensiero di san Tommaso d'Aquino; prima deve studiare il cristianesimo e questo studio lo aiuta a capire l'ambiente europeo e italiano...).

La sofferenza è parte della vita

L'ambiente giapponese è fatto di sopportazione... Soprattutto quest'anno, molti in Occidente sono rimasti colpiti dalla docilità con cui i giapponesi hanno vissuto la triplice tragedia del terremoto - tsunami - nucleare. Ciò ha radici nel buddhismo, per il quale la vita non è stabile, non ricerca la felicità, ma accetta il cambiamento. È una visione di mondo che a noi dovrebbe far riflettere. L'Occidente cerca a tutti i costi la felicità come ideale primario: l'Oriente non la cerca, ma accetta la sofferenza come una condizione normale della propria vita, pur rifuggendola. Ma quando questa arriva non impreca contro alcun Dio, perché sa che la vita è così.

Nella cultura giapponese c'è l'assenza di alcuni concetti che noi diamo per scontati, e questo ostacola un po' la nostra missione: ad esempio, mancano i concetti di trascendenza, di Dio unico, di perdono, di tempo... Sono tutte idee su cui dobbiamo riflettere. Un Dio al di là della vita umana ai giapponesi non serve; non interessa un Dio che non è tra loro.

La via asiatica del discepolo e maestro

Anche quando noi cristiani diciamo che "Dio è amore", in Giappone è un'espressione che dice poco, perché esiste sì la parola, ma non il concetto (così è anche per "libertà"). Sono scontri concettuali ed esistenziali. Noi missionari tentiamo di dare un annuncio che poi viene filtrato attraverso queste "mancanze culturali".

La difficoltà quindi di spiegare che "Dio ci vuole bene, che cammina accanto a noi, che ci perdona e sostiene...", non riusciamo a superarla con le parole, ma attraverso la via asiatica del rapporto tra discepolo - maestro. Loro si fidano delle tue parole, ma vogliono vedere quanto queste parole hanno coinvolto anche la tua vita, non solo la tua intelligenza. È un annuncio vitale, a cui loro tengono molto di più.

Da dove viene questa felicità?

I saveriani in Giappone svolgono diverse attività. Oltre al dialogo interculturale, c'è il dialogo interreligioso conosciuto grazie al lavoro di p. Franco Sottocornola e della saveriana sr. Maria De Giorgi. Siamo impegnati nella vita pastorale delle parrocchie, ma anche nell'insegnamento (dalle scuole materne all'università).

Gli asili sono importanti perché i bambini che frequentano per la maggior parte non sono cristiani. Avere un bambino significa avere dei genitori che per la prima volta entrano in contatto con un missionario, con una chiesa, con una statua della Madonna, con una preghiera...

È la sfida del futuro, perché cosa rimarrà a questi bambini dopo la scuola materna, nessuno lo sa. Ma credo rimarrà in loro il sentimento di un'atmosfera, in cui si sono trovati bene, tranquilli e gioiosi insieme ad altri bambini. E chissà che da questa gioia non nasca la curiosità di sapere da dove viene questa felicità, e magari interrogarsi in futuro... Una felicità che noi diciamo "arriva da Dio".

Sicuramente, il Giappone è una sfida per tutti noi missionari. Noi l'abbiamo accolta e speriamo che anche altri l'accolgano dopo di noi.



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