Da sane radici spunta un germoglio vigoroso
Dio per essere nato in una famiglia povera e semplice della bassa modenese, in mezzo ai campi. Là ho ricevuto la fede ed ho imparato ad amare Dio e i miei fratelli, ad essere onesto e a realizzare costantemente il rapporto fra fede e vita. Amavo fare il chierichetto e nutrivo venerazione per i riti sacri e la Parola di Dio. Entrai nel seminario di Namantola a 11 anni, desideroso di diventare sacerdote e aiutare i fratelli nel cammino della fede e della giustizia- carità.
A sedici anni entrai nel seminario di Modena. Fu un periodo intenso, di studio, letture, riflessione, maturazione. Un amico, presbitero, diocesano stroncato da un tumore dopo brevissimi anni di ministero, un giorno mi mostrò una rivista missionaria: Voci d'Oltremare. "Leggi questo articolo", mi disse indicandomi due paginette di p. Vanzin, saveriano dal Messico: parlava dell'America Latina, della mancanza di sacerdoti, della necessità di evangelizzazione di quel continente.
Rilessi, molti anni dopo, lo stesso articoletto, quasi a domandarmi come mai poteva essere nata in me questa vocazione. Le parole di p. Vanzin non mi dicevano più niente: mi parvero le più comuni e le meno indicate a "tormentare" la mente e il cuore di un giovane. E mi convinsi definitivamente che lo Spirito di Dio agisce quando, come e dove vuole. Infatti da quel giorno, a Modena, con i miei sedici anni, non ebbi più pace.
Feci un pellegrinaggio alla Madonna di Montenero (Livorno) per chiedere la grazia di ottenere un sì dai miei superiori che mi permettesse di diventare missionario. Alla fine di agosto ottenni quel sì; l'arcivescovo, mons. Boccoleri, guardandomi con simpatia, confermò: "Per un missionario che doniamo al mondo Dio benedirà la nostra diocesi e non mancherà di darci buoni sacerdoti".
Così dopo rapida corrispondenza con alcuni istituti missionari (solo i Saveriani mi risposero prontamente in modo soddisfacente), il 12 settembre 1954 entrai in noviziato. Della mia vita di missionario saveriano desidero sottolineare alcuni momenti nei quali meglio ho provato la gioia della mia vocazione. Diversi anni dedicati alla formazione di allievi missionari, prima in Italia e poi in Brasile, ove sono giunto nel 1969. Ragazzi e giovani, cui testimoniare e trasmettere la profondità della vita cristiana e il valore della vocazione missionaria, furono terreno fertile su cui ebbi opportunità di seminare e costruire.
Un breve periodo di un anno e tre mesi di presenza nel Nordest brasiliano, interrotto per avvenimenti indipendenti dalla mia volontà, segnarono un ulteriore approfondimento del senso della mia vita a servizio di Cristo e dei fratelli.
Fui contemporaneamente parroco di due parrocchie: la prima in periferia; la seconda all'interno. Immensa miseria, vita sofferta in ogni senso, gioventù senza futuro, bambini stroncati, famiglie distrutte, maschilismo assurdo e schiavizzante, analfabetismo e ignoranza religiosa, la persona umana ridotta a dipendere dal favore di qualcuno ricco o potente per sopravvivere.
Sentii la gioia di donare la mia vita, e servire, aiutando, formando, promuovendo, infondendo speranza e coraggio, consolando. Sentii la gioia di vedere uomini, donne e giovani mettere in pratica il Vangelo con la semplicità di bambini.
Voglio poi ricordare i setti anni (fine '86 - maggio '94) che ebbi la felicità di "regalare" agli emarginati della periferia di San Paolo: un formicaio di immigrati, favelas e miseria; formazione di comunità organizzate, con i loro consigli, i vari servizi e ministeri pastorali e sociali; gruppi biblici o di riflessione; catechesi dei bambini, gruppi di adolescenti e di giovani; preparazione seria dei fidanzati al matrimonio; cinque scuole materne e 12 nuclei di bambini e ragazzi (7 /12 anni); movimenti popolari per la casa, la scuola, l'acqua, la luce; alfabetizzazione di centinaia di adulti; corsi semiprofessionali per giovani e adulti; una panetteria per 30 adolescenti, quelli maggiormente in pericolo di emarginazione; pastorale per l'infanzia fino ai cinque anni in condizioni di denutrizione e accompagnamento-coscientizzazione delle rispettive mamme; costruzione di centri comunitari.
Non è possibile ricordare tutti, ma con certezza le innumerevoli violenze non sono riuscite a farmi perdere il sapore della gioia e della speranza che tanti segni del Regno di Dio in mezzo ai poveri mi hanno fatto degustare. Ora, in Italia per gravi problemi di salute, vivo nella speranza di poter tornare in Brasile. Rendo grazie a Colui che mi ha chiamato alla missione e a quanti mi hanno aiutato in mille maniere a svolgerla, perché non esiste amore maggiore che donare la vita per coloro che amiamo e che sono amati da Dio.






