Da “resto a casa” a “una casa per tutti”
Questo numero di “Missionari Saveriani” è dedicato alla Thailandia, missione aperta nel 2012 e che sta particolarmente a cuore ai saveriani. Qui, attualmente sono in 7, si dedicano al primo annuncio del vangelo, immersi in diversi contesti e realtà, consapevoli delle sfide e difficoltà da affrontare in una nazione buddhista.
Ringraziamo i missionari p. G. Matteazzi, p. A. Crippa e p. A. Brai per averci mostrato i primi passi di questa nuova missione, dove sono coinvolti i laici cristiani del posto, giovani e volontari. Le Costituzioni saveriane dicono (35): “Il Signore, per mezzo del Fondatore, ci ha riuniti in una famiglia religiosa per rendere presente tra i non cristiani la Chiesa che è comunione e fraternità nuova in Cristo”. Per p. Alessio il fatto di essere sette confratelli comporta “una molteplicità di punti di vista circa le sfide che ci aspettano. È certamente un suo dono. Noi ci rallegriamo, perché ora siamo riuniti come famiglia da tutti i continenti nei quali noi saveriani stiamo lavorando, con il Vangelo nelle nostre mani (e cuori!) e con tutta l’energia e l’immaginazione per servire i fratelli e le sorelle non cristiani, e tra di essi, in modo speciale, i poveri (C 9.) Sorpresi da un Dio già presente a fianco dell’umanità a cui ci sentiamo inviati, amandola e prendendoci cura di essa, anche noi desideriamo essere un’espressione di questa prossimità di Dio al popolo thailandese…”.
Padre Giovanni ha inviato una riflessione sul Coronavirus, che sta colpendo anche le nostre missioni (vedi pagina 6): “Per tutti, questa sarà una Pasqua diversa dal solito. Ma, chissà, per una volta forse ci farà bene questo digiuno liturgico. Ci farà sentire in comunione con tutti quei cristiani che - a causa di guerre, persecuzioni o mancanza di presbiteri - si trovano in questa situazione tutti gli anni, costretti a celebrare la Pasqua da soli. Ci farà anche sentire un pochino più in profondità la solitudine e l’abbandono provati da Gesù.
Del Covid-19 ne avremmo fatto tutti volentieri a meno ma, visto che c’è, facciamo in modo di uscirne migliori, e cioè con un cuore rinnovato, meno egoista e più aperto alla solidarietà… Mentre noi siamo costretti a rimanere (più o meno) comodamente in casa, non dimentichiamo quelli che la casa non ce l’hanno… Mi auguro che in futuro si possa passare dall'io resto a casa a il mondo: una casa per tutti".
Un esempio? Regolarizziamo i 600.000 lavoratori stranieri ridotti a ombre, senza diritti e garanzie. Più diritti e legalità diminuiscono il contagio. Irregolarità e povertà diffondono il virus. Non ci salviamo da soli; tutti hanno diritto alla felicità.
Continua p. Giovanni: “Questa pandemia ci incoraggi a realizzare il sogno di fare del mondo una sola famiglia. Il dover stare chiusi in casa non ci fa forse sentire il bisogno di allargare i confini della nostra casa/cuore e di uscire dalle prigioni (culturali, sociali e, perché no, religiose) che ci siamo progressivamente costruiti? Allora ben venga (e, soprattutto, ben vada!) il coronavirus, se ci fa tirar fuori la parte migliore di noi, come pare stia già succedendo”.







