Con “i mori che vivono in pace” - Saverio /4
Da Goa il Saverio scrive ai “ compagni ” in Roma (20 sett. 1542). Racconta delle sue soste lungo le coste africane dell'oceano Indiano e dei suoi incontri con i musulmani (“i mori”), verso i quali - è doveroso dirlo - egli non era simpatizzante.
Nell'isola di Mozambico, il Saverio aveva conosciuto “i mori che vivono in pace”. A Malindi, in Kenya, trova una città abitata da musulmani “che vivono in pace” con i portoghesi. Vicino alla città, c'è “la grande croce di pietra”, eretta da Vasco da Gama: “Quanta consolazione provammo nel vederla, sapendo com'è grande il valore della croce e vedendola così sola e vittoriosa fra tanti musulmani!”. Saverio dice che “i mori furono edificati nel vedere il modo che noi cristiani abbiamo nel sotterrare i defunti”. A Malindi incontra due bravi musulmani, uno sunnita e l'altro sciita. Il dialogo con loro è interessante.
Il sunnita vuol sapere “se le chiese sono molto visitate e se siamo fervidi nella preghiera. Mi diceva che tra loro si andava perdendo la devozione e se accadeva lo stesso tra i cristiani. Era confuso per questa scomparsa della devozione. Secondo lui, questo gran male poteva derivare solo da qualche gran peccato . Dopo aver ragionato un bel pezzo, egli restò con un parere, io con un altro: infatti non rimase soddisfatto di ciò che gli dissi e cioè che a Dio non piacevano gli infedeli e meno ancora le loro orazioni, ed era questa la causa per cui Dio voleva che l'orazione andasse sparendo fra di loro”.
L'altro, un maestro assai dotto della setta sciita, era scoraggiato e dubbioso. Saverio commenta: “È proprio degli infedeli e dei grandi peccatori il vivere sfiduciati ed è una grazia che il Signore concede loro”.
Nella stessa lettera egli racconta che, nell'isola di Socotra, non ha battezzato i bambini di una donna musulmana perché lei non voleva. Ma anche i cristiani del luogo - “gente assai nemica dei mori” - erano contrari al battesimo dei musulmani.
Si rimane sorpresi dal modo di pensare del Saverio, che liquida con tanta sicurezza queste persone, senza riconoscere la loro buona fede e buona condotta. Le tratta in modo amichevole, ma le giudica con estrema severità. Eppure, a quanto lui scrive, era gente che “viveva in pace”, rispettava le croci, ci tenevano alla preghiera... Ora sono le nostre chiese a svuotarsi, e non è certo Dio a volerlo.
Oggi la sensibilità teologica e il metodo missionario sono diversi. Anche in Saverio ci sarà una certa evoluzione, in particolare a contatto con la cultura giapponese. Il missionario è figlio del suo tempo, ma la missione educa a capire meglio il vangelo di Gesù. In ogni caso, è prudente cercare di cogliere le ragioni dei comportamenti del Saverio e lasciarci interrogare sui nostri modi attuali di interpretare e affrontare simili problemi.








