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Il 7 aprile 1506, in un castello sperduto tra le pinete della Navarra, nasce Francesco. Quanti sogni! Una vita tutta da vivere, un quaderno tutto da scrivere. E quando sarà tutto scritto, si potrà dire che ne è valsa la pena? È stata una vita piena di senso, un'esistenza per la quale è stato bello nascere? Perché di qualche vita Gesù ha detto: “Meglio che non fosse nato!”.

Rileggendo ora, dopo cinquecento anni, le lettere che quel neonato - fatto grande - ha scritto, viene voglia di ringraziare Dio per averlo donato a noi, alla chiesa, all'umanità. Non so se definire la sua vita: “vita di gioia” o “gioia di vivere”. Forse si può tentare una sintesi: la vita missionaria è vita di gioia e per questo è gioioso viverla! Nella sua vocazione missionaria Francesco Saverio ha incontrato il senso della vita, la gioia di vivere.

Le sue lettere trasudano allegria vera, che zampilla dal cuore.

Già nella prima lettera, scritta dal Mozambico dove era stato obbligato a fermarsi per mancanza di vento, invita i confratelli a “rallegrarsi nel Signore” e già parla di “grande consolazione” (Lettera 13,2.3). Questa parola ritorna come un'antifona in tutto il suo epistolario. Da Goa scrive: “Circa questi luoghi non so più cosa scrivervi, tranne che sono tante le consolazioni date da Dio a coloro che si trovano in mezzo a questi pagani convertendoli alla fede di Cristo che, se vi è contentezza in questa vita, è proprio questa.

Spesso mi capita di dire a chi si trova fra questi cristiani: «O Signore, non datemi molte consolazioni in questa vita, oppure, dato che le concedete per la vostra infinita bontà e misericordia, accoglietemi nella vostra santa gloria, poiché è una gran pena vivere senza vedervi!». Se coloro che si applicano negli studi ponessero tanti sforzi per giungere a gustare tali gioie, quante fatiche sopporterebbero pur di poterle conoscere! Se quella contentezza che uno studente prova nel comprendere ciò che studia, la cercasse nel far sentire al prossimo ciò che è necessario per conoscere e servire Dio, si troverebbero tutti assai più confortati e preparati quando dovranno render conto a Cristo della loro vita” (Lettera 20,13).

Saverio è un missionario mistico. Misura il valore e la grandezza di una vita con il metro dell'incontro definitivo con Cristo. Da quel punto di vista , come dall'alto di un monte, può guardare la sua vita come una vita riuscita, una vita in cui nessuna fatica e nessun pericolo lo hanno allontanato dalla gioia di vivere.

Fatiche e pericoli fanno paura solo ai deboli.

Per il Saverio, invece, “vivere in questa vita faticosa senza godere di Dio non è una vita, ma una morte continua; vivere lasciando Cristo, dopo averlo conosciuto, è peggio della morte” (cf Lettera 90,26; 15,15).

In questo modo, anche noi possiamo gustare la gioia di vivere.



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