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Iniziamo un ciclo di brevi racconti su “Cibo e bambini del mondo”, anche in riferimento alla EXPO di Milano.

Quando arrivi, come è capitato a me, sulle rive del lago Tanganika, la prima cosa che vedi sono i bambini. Ti circondano, ti toccano, e fanno i loro commenti. E quando cominci a balbettare qualche parola nella loro lingua, li senti ridere di gusto. Insomma, ti fanno capire che così non va: bisogna impararla meglio la lingua.

Mi siedo sul muretto della missione e mi si mettono intorno. Adesso sono io che faccio il bambino che va a scuola, e loro sono maestri esigenti, ma simpatici.

Con loro, imparo a parlare. Ma soprattutto imparo che, come diceva Gesù, bisogna farsi bambini per entrare nel regno dei cieli.

Mi invitano a scendere in spiaggia ad aspettare i pescatori che tornano da una notte di pesca. Alcuni mi chiedono di nuotare con loro, ma io non so nuotare. Mi hanno raccontato che un vescovo veniva a nuotare con loro, e che lo chiamavano “ippopotamo bianco”.

Girando per le stradine del villaggio, li vedo giocare con i giocattoli che hanno costruito, con bambù, bottiglie di plastica, scatole di sardine e fil di ferro: hanno una fantasia incredibile! Ma vederli malati, che piangono per la fame, fanno tanta pena. Cosa mangiano? Si mettono in cerchio attorno a un vassoio e con la mano prendono un po’ di riso o manioca, con qualche pesciolino e fagioli. Non è molto, ma lo mangiano insieme.

Alle 7 del mattino li vedo passare davanti alla casa della missione: vanno a scuola e vi rimangono fino alle 3 del pomeriggio. Mi chiedo: avranno fatto colazione? La risposta, purtroppo, è “no”! E come fanno a resistere tante ore? A metà mattina, comprano un pezzo di pane, una banana, un po’ di arachidi tostate… e ne offrono anche a chi non ha niente.

Spesso vado a trovarli e porto loro un po’ di “bon bon”, le caramelle. Allora esplodono di gioia e gridano “grazie!”. Un grazie che dalle orecchie scende fino al cuore, e lo ​riscalda…



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