Come sabbia nel vento
Anni fa, l'amico editore Francesco Chiolo mi aveva chiesto, con mia grande sorpresa, di scrivere la prefazione di un libro prevalentemente fotografico, che parlava di deserti. Il titolo del libro era “Come sabbia nel vento” e l'autore Angelo Maggiori. Con un sorriso, ho accettato, sicuro che la cosa sarebbe finita nel niente. Invece, alla fine, quelle poche righe di presentazione sono state stampate.
È ancora tempo di Quaresima. Allora, mi sono ricordato di quella prefazione e ho ripreso quelle righe che ho trovato ancora significative. Cercavo qualcosa che mi parlasse ancora oggi di questo luogo dello spirito che è il deserto. Le propongo in questa pagina.
Il Tempo di quaresima inizia sempre con Gesù che va nel deserto e viene tentato. Ognuno di noi, di fatto, attraversa il suo deserto per tutta la sua vita. Ogni tanto, incontra un’oasi che gli rimane nella memoria del cuore per poter continuare a camminare nella speranza di incontrarne un'altra.
È difficile, in questo cammino, sentire la presenza di chi percorre con te la vita su questo mondo. Sentire il prossimo partecipe della tua fatica quotidiana, sentirlo solidale con te, e tu con lui, nelle ansie, nei timori, nelle angosce e nelle speranze.
Mi torna alla mente una frase di Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi: “… in questo popoloso deserto che appellano Parigi”. Non è certamente una frase banale, è una verità. Il romanzo Il deserto dei Tartari di Buzzati ha fatto parte delle mie letture adolescenziali. Era un deserto che mi ha lasciato in bocca il senso amaro della frustrazione per un’attesa estenuante e inutile dell’occasione della vita. In quegli stessi anni, durante le vacanze estive, ho incontrato un altro deserto, quello delle lettere dal Sahara di Carlo Carretto. In questo apparente nulla, fratel Carlo aveva scoperto il Tutto. Un Tutto che in lui si relazionava con la gente del deserto. Sentiva il loro Dio, Allah, non distante dal suo. Il deserto gli ha permesso di riscoprire il senso profondo di Dio e degli uomini.
In Italia, aveva avuto una vita molto intensa, fatta di lavoro per gli altri. Tuttavia, il senso profondo della vita l’aveva trovato nella solitudine del deserto: “La grande ricchezza del noviziato sahariano è senza dubbio la solitudine e la gioia della solitudine, il silenzio. Un silenzio, il vero, che penetra per ogni dove, che invade tutto l’essere, che parla all’anima con una forza meravigliosa e nuova, non certo conosciuta dall’uomo distratto”.
Annalena Tonelli, missionaria laica nei deserti della Somalia, con la sua vita spesa fino al sangue per i nomadi del deserto, ci avvicina a questo mondo dominato dalla sabbia e dal vento, che nasconde un’umanità viva e ancorata a tradizioni che conducono alla fede in un Allah misericordioso. “Se anche Dio non ci fosse, solo l’amore ha un senso, solo l’amore libera l’uomo da tutto ciò che lo rende schiavo, solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire, solo l’amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla. Ed è allora che la nostra vita diventa degna di essere vissuta, che la nostra vita diventa bellezza, grazia, benedizione… Ho vissuto la vita che dovevo vivere”.
Ogni vita, alla fine, appare come un viaggio nel deserto dell’anima. Un viaggio necessario per arrivare a scoprire l’oasi che dà senso a questo luogo altrimenti di morte. L’oasi è l’acqua, la vita. Cristo dopo quaranta giorni ebbe fame. Ma quale? Gesù dice a Satana: “Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Gesù ci invita ad addentrarci senza paura nel nostro deserto, perché alla fine di questo viaggio, all’apparenza pericoloso, potremo scoprire il dono dell’acqua viva e del pane di Vita.
Il libro sui deserti era pieno di splendide fotografie di questi luoghi così diversi fra loro. Ci permettono quasi di sentire il fruscio della sabbia portata dal vento, di cui ignoriamo origine e destino. Il profeta Elia credeva di morire nel deserto. Ha incontrato l’Angelo del Signore che gli ha donato acqua e pane. Ha potuto così arrivare al monte Horeb e incontrare il Dio della Vita. Un incontro che è avvenuto non nel frastuono del terremoto o del vento impetuoso o nel turbinio del fuoco, ma nel silenzio di una brezza leggera.
“Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: ‘Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino. Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb” (1 RE cap.19).







