Cicli… viziosi
Tremila miliardi. È la spesa arrotondata (di poco) per eccesso in investimenti militari nel 2025. Lo si legge nel rapporto Sipri (Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma). Il balzo è del 2,9% (meno dello scorso anno quando era stata di +9,7%), con un’impennata europea (+14%) e un calo per gli Usa (-7,5%), dopo lo stop agli aiuti militari all’Ucraina. Gli Usa hanno speso comunque più di tutti e il calo sarà probabilmente di breve durata: la spesa approvata dal Congresso degli Stati Uniti per il 2026 è salita ad oltre mille miliardi di dollari. I 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil: tra questi per la prima volta dal 1990 c’è la Germania. Nella lista anche l’Italia, che però ha raggiunto questa soglia grazie a un’operazione contabile e non per l’aumento della spesa in armamenti, nonostante questa sia cresciuta del 20%. La Cina è il secondo Paese al mondo per spesa militare. Rete Italiana Pace e Disarmo così ha commentato: “Questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro; nel 2026 assistiamo alla continuazione e all’allargamento di numerosi conflitti armati violenti attivi, il cui numero totale è ai massimi dalla fine della Seconda guerra mondiale. E più conflitti portano ad aumenti di spesa militare in futuro, in un ciclo vizioso che non ha nulla a che fare con la costruzione della pace”.
Un altro modello. Il “Centro Astalli” a Roma è la sede italiana del Jesuit Refugee Service (JRS). Accompagnare, servire, difendere i rifugiati è la missio del Centro dal 1981. Nell’anno del Giubileo della Speranza, il Centro Astalli ha accompagnato, servito e difeso 21mila persone a livello nazionale. Sono 300 milioni le persone che migrano nel mondo, di cui 130 milioni in fuga da 54 guerre e un centinaio per disastri ambientali, vittime di tratta e di sfruttamento. A pesare non sono solo le guerre ma la contrazione dei finanziamenti internazionali con ripercussioni che si sono estese anche al Terzo settore italiano. Il Rapporto lancia un messaggio chiaro: un altro modello è possibile. Le esperienze della rete Astalli dimostrano che l’inclusione può funzionare, anche in un contesto difficile, se sostenuta da politiche adeguate e da una società attiva.
Dichiarazione di Banjul. Agenzie delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana (UA) hanno unito le forze per documentare e chiarire le responsabilità delle gravi violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra in Sudan.
È uscita così la “Dichiarazione di Banjul”, considerata dalle organizzazioni per i diritti umani una “pietra miliare significativa” e contestata dal governo militare. Il documento approvato in Gambia chiede: l’immediata cessazione degli attacchi contro le infrastrutture civili, identificando la protezione della popolazione come priorità assoluta; accesso umanitario senza ostacoli e protezione degli operatori umanitari; cessate il fuoco duraturo; ritorno in sicurezza degli sfollati e ripristino della loro identità culturale; fine delle detenzioni arbitrarie, delle sparizioni forzate e della tortura; rilascio di tutte le persone detenute illegalmente.
La Dichiarazione delinea, inoltre, misure per prevenire le dilaganti violenze sessuali legate al conflitto e riconosce il ruolo della società, dei giornalisti e dei gruppi giovanili che documentano le violazioni, esortando tutte le parti interessate a sostenere il lavoro della Corte penale internazionale (CPI).
© foto Nigrizia
Ebola e vaccini. Medici Senza Frontiere (MSF) sta potenziando rapidamente la propria risposta medica nella provincia di Ituri, in Congo RD, per limitare l’epidemia di Ebola, avviando una risposta su larga scala il più rapidamente possibile. Sempre MSF esorta i governi, i donatori e gli altri protagonisti del settore sanitario a rimuovere con urgenza le barriere sistemiche che ostacolano la somministrazione tempestiva dei vaccini nelle zone colpite da conflitti, al fine di scongiurare focolai di malattie prevenibili, sofferenze, disabilità e decessi. Sono poi passati 10 anni dall’adozione della Risoluzione 2286 delle Nazioni Unite, con la quale oltre 80 Stati membri, tra cui l’Italia, hanno assunto l’impegno di proteggere il personale, le infrastrutture, i mezzi di trasporto e le attrezzature mediche. In questo tempo, però, gli attacchi alle strutture sanitarie sono in continuo aumento. In Sud Sudan, MSF ha interrotto l’attività in 4 centri.
MSF Italia, intanto, ha un nuovo presidente. È Ettore Mazzanti, infermiere pediatrico. Succede a Monica Minardi, che ha concluso il suo mandato dopo sei anni.
L’iniziativa
Serve una firma
Anche Caritas Italiana rilancia il sostegno alla campagna nazionale “Un’altra difesa è possibile”, promossa da CNESC, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci, per chiedere l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta. L’iniziativa punta a raccogliere almeno 50mila firme entro metà settembre per portare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare che intenda riconoscere e strutturare, anche sul piano istituzionale, una forma di difesa alternativa a quella armata. Queste le proposte: istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta, di un Fondo nazionale dedicato (finanziato anche attraverso il 6 per mille dell’IRPEF), di un Istituto di ricerca per la pace e per il disarmo.
La voce dei vescovi
Lavorare per pace e armonia
Il Pakistan sta agendo da mediatore di pace tra due grandi attori, l'Iran e gli Stati Uniti, per la pace globale. È un fatto molto positivo. Sono anche sorpreso che il Pakistan venga improvvisamente considerato in modo così positivo dal mondo, dagli altri Paesi, dalla comunità internazionale. Spero che possiamo continuare a pensare e agire in questa direzione e non concentrarci sullo sviluppo di armamenti. Perché temo che le due cose stiano andando di pari passo: anche il Pakistan sta sviluppando i propri armamenti, missili e navi. Nel terribile scenario della guerra in Medio Oriente, il fatto che il Pakistan sia coinvolto in questo sforzo di pace è positivo ed è una speranza per tutti noi. Nella piccola comunità cristiana in Pakistan, lavoriamo nella stessa direzione: ovvero promuovere la pace e l’armonia. Armonia, infatti, significa accettazione reciproca. Il dialogo, invece, può significare presentare le proprie posizioni senza alcun cambiamento. Lo scopo di ogni incontro è ascoltare l’altro e costruire l’armonia che genera la pace. L’armonia sociale è legata all'armonia religiosa. Non si possono separare questi due elementi. L’armonia significa lavorare insieme per raggiungere un livello di convivenza pacifica su questa terra.
Card. Joseph Coutts, arcivescovo emerito di Karachi
Non dobbiamo arrenderci all’indifferenza o all’odio. Bisogna esplorare soluzioni pacifiche per risolvere il conflitto al confine con la Thailandia e cercare di ristabilire piena armonia e stabilità. I combattimenti su vasta scala si sono fermati, ma i confini restano chiusi e le tensioni politiche restano altissime. Occorre ristabilire la fiducia e la comprensione basate sul rispetto reciproco. Chiediamo ai politici di abbandonare le parole di odio e concentrarsi sulle modalità per risolvere la controversia. Entrambe le parti oggi potrebbero evitare di concentrarsi su dettagli o divergenze di poco conto e alzare lo sguardo verso il bene più grande per i loro popoli: la fine della guerra e una pace duratura. Il crescente nazionalismo in entrambi i paesi ha esacerbato la situazione, con rivendicazioni storiche utilizzate per raccogliere consensi a livello nazionale. È urgente interrompere il ciclo delle provocazioni reciproche e promuovere un nuovo approccio fatto di rispetto, riconciliazione e pace. Ognuno può e deve fare la sua parte, da entrambi i lati del confine.
mons. Enrique Figaredo, Prefetto Apostolico di Battambang
Una storia speciale
Carovana panafricana
Partita lo scorso 24 marzo da Banana (sull’Atlantico, alla foce del fiume Congo), la Carovana panafricana per la pace e l’unità del Congo RD ha percorso un Paese devastato da una guerra infinita, arrivando a Kalemi (sulla sponda del lago Tanganika). Circa 2.500 chilometri, da ovest a est, in 64 giorni, percorsi su pulmini, moto, piroghe, trasporti locali o a piedi per rompere il silenzio su una delle più gravi crisi umanitarie del mondo. La carovana ha ottenuto anche il supporto dei vescovi congolesei (Cenco). L’obiettivo è denunciare la predazione delle risorse e le ingerenze esterne che alimentano i conflitti armati sul suolo congolese. Per motivi di sicurezza, la carovana non ha attraversato il Kivu, dove la violenza non concede tregua.







