Chiamati alla missione: Entrando per la porta stretta
"Entrate per la porta stretta". E' l'invito di Gesù ai suoi discepoli. Fa parte del discorso della montagna: "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta invece è la porta ed angusta la via che conduce alla vita e quanto pochi sono quelli che la trovano!" (Matteo 7,13-14).
La disponibilità ad entrare per la porta stretta è uno dei segni certi di vocazione, di volere una vita autentica, cristiana ed umana.
Chi vuole vivere in modo autentico, deve remare contro corrente; deve affrontare rinunce e sacrifici. E' il cammino indicato dal vangelo e percorso da Gesù. E' anche il cammino di chi si mette alla sua scuola.
Oggi, a livello educativo, sembrano vincenti le scuole della porta larga. Secondo queste scuole, la persona non deve rinunciare a niente; non può essere costretta da esigenze o condizionata da limitazioni. Sarebbero una violenza contro la libertà personale; una castrazione alla realizzazione di se stessi.
In sostanza, oggi sembra trionfare la pedagogia che ignora la porta stretta e rifiuta il sacrificio. Eppure, la porta larga, senza rinunce e sacrifici, non conduce molto lontano. Anzi, conduce al degrado dell'umanità. Soddisfa le esigenze superficiali della persona, la voglia del piacere immediato; ma non risolve i problemi di fondo né offre i grandi orizzonti che danno senso alla vita.
Prima o poi, l'educazione senza rinunce e senza sacrifici è costretta a fare i conti con la meschinità e la mediocrità. Non è solo questione di disciplina personale o collettiva, ma di autenticità umana. Quello che più spaventa nell'educazione della porta larga è il fatto che ai giovani non si insegna più la fatica di ricercare la bellezza della verità, di assaporare il gusto della bontà.
Non siamo masochisti. La sofferenza in sé non è un bene. Nessuno si compiace di soffrire. Ma ci sembra di dover affermare che il sacrificio è una buona scuola di vita.
Lo dice anche il maestro Gesù: "Se qualcuno vuole venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà" (Marco 8,34).
Queste parole significano due cose: il cammino della vita è inseparabile dal cammino della croce; la vita è autentica nella misura in cui la si costruisce, non nel soddisfare il proprio egoismo, ma vivendo secondo il vangelo.
Ricordo volentieri la figura di un prete che mi ha ispirato: don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, autore della famosa Lettera a una professoressa (1967). Alla chiesa che si era messa sulla difensiva, dimenticando la via della croce e i tanti crocifissi della storia, don Lorenzo ricorda:
"Abbiamo compromesso i nostri sacramenti e la dottrina. Dobbiamo chiuderci nel segreto del nostro cuore, in un esame di coscienza che duri almeno un decennio. Temprarci alla fonte della grazia. Riaprire e sviscerare ancora i sacri testi e le encicliche. Pregare. Fare penitenza del male che abbiamo fatto alla causa di Cristo e della chiesa" (Esperienze pastorali, 1958).
Anche il motto I care, scritto su una parete della scuola di Barbiana interpreta bene la vocazione di questo prete. Don Milani scriveva ai giudici: "I care. E' il motto intraducibile dei giovani americani migliori. Me ne importa, mi sta a cuore. E' il contrario esatto del motto fascista Me ne frego". (Lettera ai giudici (1965).
Cari giovani che cercate la vita, entrate per la "porta stretta" del vangelo.
Camminate per la via faticosa della croce. Non accontentatevi delle soluzioni semplici, perché il cammino della vita richiede definizioni più complesse e prospettive più penetranti. Non abbiate paura, perché le difficoltà e le persecuzioni sono segno di vita autentica.








