Asia: in Giappone, tra i fiori di ciliegio
Padre Tiziano, di Adorgnano, missionario in Giappone, è in Italia per tenere un corso di antropologia culturale nel seminario teologico interdiocesano di Reggio Emilia, dove studiano anche gli studenti saveriani di Parma.
È un tipo simpatico e ti mette subito a tuo agio quando lo incontri. Sereno e spigliato nel parlare, ma profondo nel contenuto. Entusiasta della sua vocazione missionaria, scoppia di stupore quando comunica che una conversione in Giappone ti fa sperimentare per davvero la paternità spirituale.
Parlando con lui sono riuscito a cogliere alcune riflessioni che mi sembrano utili e interessanti per tutti.
In Giappone, seconda potenza mondiale, si sta bene. Non ci sono problemi; puoi avere di tutto. Ma manca una cosa importante: annunciare Gesù Cristo. Ci troviamo in una società che non è cristiana e noi cerchiamo di fare proprio questo: annunciare Gesù Cristo. Se non lo facessimo, saremmo solo un'organizzazione filantropica.
L'annuncio di Gesù Salvatore
I papi affermano che l'Asia è il futuro dell'umanità e della chiesa. Infatti l'Asia sta diventando il polo economico e politico del mondo. C'è una teoria, secondo la quale l'economia segue il percorso del sole. Un tempo il sole splendeva sull'Europa, poi si è spostato in America; adesso è sul Giappone e arriverà in Cina e in India. Fra 12 anni le prime città del mondo saranno asiatiche. Noi come chiesa dobbiamo esse presenti a questo cambiamento perché abbiamo da donare un tesoro grande: Gesù Salvatore.
Il cristianesimo stenta a entrare in Asia, pur essendovi nato. Forse stenta perché, almeno in Giappone, appare ancora come una religione occidentale. È arrivato da appena 300 anni, mentre il buddhismo è presente da 1.300 anni. Ma coloro che si convertono si sentono bene, hanno l'impressione di essere a casa loro. L'universalità che il cristianesimo annuncia colpisce in profondità l'animo giapponese.
La cultura deve aprirsi
C'è una sfida da affrontare. Per la prima volta nella storia del Giappone, i cristiani cattolici hanno superato il milione. Ma 600mila sono brasiliani, peruviani, cileni... che vengono a lavorare. Oggi la chiesa giapponese ha aperto le porte: si celebra la Messa in portoghese e spagnolo.
Continuando questo movimento, i giapponesi potrebbero dire che le loro tradizioni sono diverse. I brasiliani danzano in chiesa; i giapponesi neppure se lo sognano: non si può cambiare nulla di quello che la tradizione ha loro dato. Noi suggeriamo che bisogna aprirsi, perché c'è una dimensione universale del cristianesimo. Non si tratta di perdere la propria particolarità, ma neppure di rivendicarla a spada tratta.
Arricchire la persona
Noi europei puntiamo alla felicità come obiettivo da raggiungere a tutti i costi, per cui davanti alla sofferenza, spesso ce la prendiamo con Dio. In Giappone, invece, quando capita una sciagura, un terremoto (e ne vengono tanti!) e la gente viene mandata a vivere per un po' di tempo nelle palestre, è rassegnata. Il giapponese sa che la vita è sofferenza. Non inveisce contro il destino o contro la divinità. Interpreta la vita in un altro modo. I giapponesi vivono il momento presente; "l'adesso" è importante per loro.
La missione cerca di andare al cuore delle persone. Il popolo giapponese ha una profonda spiritualità. A loro piace molto sentirsi dire, "Dio ti ama". Un Dio che ti abbraccia, che ti dona la salvezza gratuitamente è certamente tanto diverso dalla dottrina buddhista, dove tu devi liberarti con tutta la fatica che questo comporta.
Insomma noi facciamo il possibile perché queste persone si innamorino di Dio che è già innamorato di loro.
Noi missionari non andiamo a distruggere una cultura, ma ad arricchire la persona.








