Abbiamo ancora speranza - Intervista a p. Mario Festa
Intervista al bresciano p. Mario Festa
Padre Mario Santino Festa, 74 anni, è un saveriano nativo di Comezzano - Cizzago (BS). In Italia per un periodo di riposo e per accertamenti medici, racconta la situazione in Congo, dove è missionario da 35 anni. È ripartito per l’Africa a metà settembre.
Dal Congo all’Italia!
Ho trovato novità in Italia, rispetto a tre anni fa: moneta nuova, Stati nuovi, Europa nuova… In Congo, io vivo con la gente “valega” a Kitutu (320 chilometri dalla città di Bukavu), nella diocesi di Uvira.
La situazione generale non è incoraggiante, perché c’è ancora guerra, su diversi fronti e con vari gruppi armati. Sono conflitti interni, ma con forti interessi e interferenze di altri Stati. La mancanza di informazioni attendibili e serie contribuisce a dividere la popolazione. La mancanza di strade e di infrastrutture crea una situazione di isolamento.
Questo cosa significa?
La zona in cui io lavoro è al confine con Ruanda, Burundi e Uganda. Gli Stati più piccoli vorrebbero espandersi, non riconoscendo la divisione dell’Africa fatta a tavolino dalla Conferenza di Berlino (1884-1885) che aveva seguito come criterio di confine gli elementi naturali (fiumi, monti e laghi) e non la composizione etnica. Secondo quella suddivisione, il Congo è grande sette volte l’Italia e il Ruanda è come la Lombardia.
Perciò i ruandesi, attualmente sul territorio congolese, sono invasori occupanti. Ma un trattato, anche se è difettoso, non può essere discusso con le armi.
E gli effetti di tutto ciò?
Con la guerra perdiamo tutte le conquiste fatte in decenni di sforzi, specialmente in campo culturale, sanitario e religioso. Quando sente sparare la gente fa fagotto, sospende ogni attività e fugge nella foresta. Anche quando insegno religione, al sentire degli spari capita che mi trovi da solo in classe. I ribelli sparano per far scappare tutti e razziare quel poco che trovano nei villaggi.
Ma la gente con chi sta?
La gente sta con la pace. La mia gente valega, ad esempio, non è composta da guerrieri. Pace, tranquillità, lavoro e voglia di sopravvivere: questi sono i valori che li caratterizzano. Prima del 1996 avevano anche una piccola attività di commercio: vendevano manioca, riso, fagioli e legno della foresta nel mercato di Bukavu. Ma con la guerra, anche questo è stato interrotto.
Cosa riuscite a fare in questa situazione?
La nostra attività in una situazione del genere è molto limitata. Il centro della missione è Kitutu, con tutte le strutture parrocchiali. Poi ci sono altre venti diaconie, raggruppamenti di villaggi sparsi su un area di cento chilometri. A causa della guerra, abbiamo potuto circolare a piedi solo lungo venti chilometri. Viviamo in una situazione di rischio costante, anche perché non si può calcolare dove vadano le pallottole sparate all’impazzata. Le pallottole non hanno occhi e non distinguono nero e bianco, bambino e adulto, amico e nemico… La gente però è buona, ci ha protetti ed è sempre stata solidale con noi.
Qual è il pericolo maggiore?
Il pericolo maggiore è dovuto al fatto che a volte prevale una tribù e a volte un’altra; e noi dobbiamo accogliere tutti. La cosa strana è che la gente del luogo sembra avere meno paura dei tutsi ruandesi invasori che dei congolesi liberatori mandati dal governo della capitale Kinshasa. Gli invasori sono un po’ più disciplinati e inquadrati; e poi hanno tutto l’interesse a cercare di farsi ben volere dalla popolazione.
E gli accordi presi?
Grazie a un’intesa firmata in Sudafrica, è stato stabilito un periodo di transizione di due anni. Ma ad oggi ci sono già stati due colpi di stato per cercare di eliminare il presidente Joseph Kabila, figlio di Laurent Desiré Cabila, ucciso nel 2001. Tutti speriamo che le cose migliorino. C’è bisogno che la comunità internazionale intervenga per aiutare a mediare, controllare e garantire la pace.
Tornerai in Congo?
Sì, ripartirò anche se dovessi trovare tutto distrutto; anche se dovessi trovarmi con il fucile puntato addosso.








