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Generalmente mi capita di vedere con gli occhi dell'immaginazione quello che leggo. Durante il mio soggiorno in Bangladesh invece mi è successo il contrario: una realtà ben precisa mi ha richiamato, rendendole attuali e vive, alcune pagine del vangelo in cui Gesù è riconosciuto e ricercato come il Medico, il Guaritore, il Salvatore dell'uomo.

È successo a Khulna quando ho visitato l'ospedale "Santa Maria", dove da tanti anni si avvicendano equipe chirurgiche italiane per operare soprattutto bambini e adolescenti, affetti da devastanti malformazioni, congenite o acquisite, che impediscono loro una decente qualità di vita.

Come un alveare affollato

Appena varcata la soglia del cancello verde, che preclude la vista dell'interno a chi passa per la via, si apre come un'oasi, abbastanza inconsueta nel contesto di un ospedale. Un grande spiazzo davanti al bianco edificio, con aiuole di fiori variopinti, panchine e soprattutto il brulicare di un alveare: uomini, donne e bambini, in piedi o seduti in paziente attesa; medici, suore e infermiere indaffarati fra barelle, carrozzine e lettucci, dentro e fuori dalla sala operatoria e dalle sale di degenza; pazienti sdraiati o seduti al sole; bambini, in attesa di intervento o convalescenti, distratti dal gioco...

C'è anche un artigiano che, con attrezzi rudimentali, adatta e prepara supporti e scarpe ortopediche, rendendosi utile agli altri e guadagnando qualcosa per sbarcare il lunario.

All'ora dei pasti la scena si anima ulteriormente: intorno al carrello del cibo si stringe una piccola folla, che sciama poi con il piatto colmo, sistemandosi a gruppi, sulle panchine e i muretti, in cerchio sulle stuoie... Se le mamme o le nonne accudiscono i propri bimbi, chi tra i malati è in grado di farlo, aiuta gli altri.

Mi viene naturale una trasposizione: in uno spiazzo erboso della Palestina, folle attirate da Gesù che prometteva una vita nuova, hanno condiviso il pane moltiplicato dal suo amore; in Bangladesh una folla, attirata dalla notizia di una possibile guarigione, condivide il cibo procurato da una catena di solidarietà.

Disponibilità e umanità gratuita

Entrando nelle sale di degenza, mi accostavo ai pazienti con un po' di disagio: mi sembrava di invadere la loro privacy. Invece ho notato che tutti gradivano la mia attenzione e, non intendendoci a parole, me lo dicevano con il sorriso.

In chirurghi, anestesisti e infermiere ho trovato tanta disponibilità e umanità nello svolgere il loro lavoro massacrante, sia per l'impegno (fino a dieci ore al giorno in sala operatoria, oltre all'attività ambulatoriale e terapia del dolore la sera e nella notte), sia per il clima caldo e umido. Prestano la loro opera gratuitamente a scapito di ferie. Alcuni ripetono questo servizio, ogni anno senza eccezione, da quando hanno iniziato. In questo modo, non solo sentono di poter dare qualcosa, ma sperimentano anche di ricevere tanto.

L'iniziativa, nata dal coraggio e dall'impegno di pochi, anno dopo anno, si è sviluppata come il granello di senapa dal quale nasce una grande pianta e ora - senza pubblicità, se non quella fornita dal tam tam e dal passaparola di chi ne ha beneficiato - è divenuta un punto di riferimento al quale accorrono da tutto il Bangladesh. La calca che, all'arrivo dei dottori, si ammassa all'ingresso e tenta di varcare il cancello, rimanda a chi tra la folla cercava di arrivare a Gesù, per essere da lui toccato e sanato.



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