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Una vocazione: "C'è più gioia nel dare"

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Franco Saracino, classe 1957, di professione infermiere ortopedico, è sposato ha quattro figli. È originario di Fasano di Brindisi e tradisce nel volto il sole del suo meridione. Ma solo esplorando il suo cuore si riesce a capire perché, a dir poco, si è lasciato affascinare dal Bangladesh.

2008 6 Medici2Dopo il servizio militare, nel 1979, si era iscritto alla scuola infermieri di Parma. Da allora ha acquisito una notevole esperienza nel preparare i gessi per gli infortunati che, spesso in seguito a un incidente, senza poter tornare a casa, passano dalla strada alla sala operatoria. Nemmeno lui sa dirci quanti busti, quante gambe e quante braccia siano passate per le sue mani per le necessarie ingessature.

Prima di tutto, i rapporti umani

Ma il bello del suo lavoro, secondo la sua testimonianza, resta la tessitura di rapporti umani che egli sa instaurare con i pazienti che i colleghi chirurghi gli affidano. Egli può certamente andar fiero del suo modesto contributo per ridare vitalità a chi è soggetto a trauma debilitanti, sia fisicamente che psicologicamente.

Nel novembre del 1995, il professor Elio Rinaldi, direttore della clinica ortopedica di Parma, lo aveva lusingato con la proposta di una trasferta umanitaria. "Non ti piacerebbe venire con il nostro gruppo in Bangladesh e mettere a disposizione, in modo gratuito, la tua competenza professionale? Nella città di Khulna c'è un piccolo ospedale, gestito dai missionari saveriani e dalle suore di Maria Bambina. Lì assieme,  potremmo fare miracoli, soprattutto per tanti bambini ridotti a trascinarsi sulla strada a chiedere l'elemosina, camminando a quattro zampe".

Franco non aveva esperienza di viaggi all'estero, e tanto meno degli ambienti ospedalieri del terzo mondo. La proposta del prof. Rinaldi era una sfida al suo cuore: gli veniva richiesto un balzo di generosità. Come avrebbe potuto sopportare il distacco dalla famiglia, o piuttosto, come avrebbe potuto coinvolgere la sua famiglia in questa avventura che veniva a rompere il ritmo del suo lavoro e delle sue vacanze?

Dal primo impatto al coinvolgimento

Arrivando in Bangladesh, il suo primo shock culturale è stato nel vedere la massa di persone che premevano all'ingresso dell'aeroporto. Il loro sguardo quasi perso, rivolto lontano, gli aveva destato nel cuore la domanda: "Che cosa cerca tutta questa gente?".

Da qualche anno, i vari gruppi medici possono disporre di un'adeguata struttura ospedaliera, chiamata "Santa Maria". Ma agli inizi non era così. A Khulna, il gruppo di chirurghi e infermieri erano ospitati - o forse si dovrebbe dire, erano accampati - presso le suore di madre Teresa, che gestiscono una casa di accoglienza per i bambini abbandonati.

Qui, il signor Saracino, prendendosi cura dei piedi torti dei bambini, ha imparato presto la comunicazione del sorriso. La sua sfida era quella di stabilire un ponte di speranza tra i bambini e i loro genitori, ansiosi di poterli vedere camminare.

Se l'esperienza del nostro infermiere ortopedico si è protratta nell'arco di dieci anni, significa anche che attorno a sé ha percepito una corrente di amore e di riconoscenza della gente verso questi medici stranieri che rispettano la vita di ogni persona, a prescindere dal colore della pelle e dalla loro condizione sociale.

Andando a visitare qualche villaggio del Bangladesh, egli ha avuto la gioia di essere stato riconosciuto e chiamato per nome: "dottor Franco!". Molti dei suoi bambini ora possono giocare a pallone e le bambine possono rincorrersi come farfalle. Domani per loro non ci sarà più difficoltà ad essere scelte come spose.

La solidarietà che fa miracoli

Egli ha raccolto un po' di documentazione fotografica che gli permette di incontrare i bambini delle scuole italiane, interessati al destino di tanti altri bambini meno fortunati. Non parla loro solamente dei 1.500 bambini che sono passati per le sue mani, ma anche del lavoro dei medici chirurghi e delle infermiere, dell'amorevolezza di suor Tecla e delle altre suore, del servizio dei missionari saveriani, che hanno avuto quest'idea geniale di permettere ad altri di partecipare alla loro missione di carità evangelica.

Dunque, anche in Bangladesh tanti dolori possono essere trasformati in gioia. Da questo punto di vista, il Bangladesh sta facendo tanta strada, superando gli handicap del suo passato e i contraccolpi della globalizzazione. Per fortuna che c'è anche una globalizzazione della solidarietà. Come la solidarietà dei medici italiani che, per sei mesi all'anno, si succedono all'ospedale "Santa Maria". È una solidarietà che ha intrecciato una catena di piccoli miracoli.

La gioia di dare è davvero grande

Molti medici e infermieri, venendo in Bangladesh, prendono l'occasione per incontrare anche gli amici zingari di don Renato Rosso, missionario fidei donum di Alba, conosciuto come "il prete degli zingari" in Bangladesh e India. Da un po' di tempo, tutti questi volontari italiani si forniscono da loro di perle, per farne dono agli amici.

Ma il risvolto più interessante di questa vicenda è nelle "perle" che questo servizio medico è riuscito a far nascere, come per incanto, nel mare di dolore e di abbandono in cui vivono tante persone che non possono permettersi le cure mediche più ordinarie. Questo scambio di doni che si è realizzato attraverso la presenza di chirurghi, fisioterapisti e infermiere provenienti da varie parti d'Italia.

Anche questa è diventata un'altra bella prova a favore della missione. "C'è più gioia nel dare che nel ricevere": è un detto di Gesù, che potrebbe onorevolmente trovare posto anche nei nostri ospedali italiani, per suscitare la fantasia della carità, proprio là dove c'è il rischio che una vocazione così alta diventi solo un altro mestiere che garantisce un buon salario.



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