Amore, bisogno e povertà
Anche se solo per cinque giorni, il viaggio a Berat, in Albania, è stata una esperienza forte, vissuta intensamente, che ha lasciato dentro segni indelebili, necessari per migliorare la testimonianza di vita cristiana dove vivo e dove è difficile trovare spazio per momenti di salutare riflessione.
Nei villaggi visitati con la guida dei religiosi della “Piccola Famiglia”, le sensazioni ed emozioni sono state numerose. La loro spiritualità e le intense preghiere, pur nella mia difficoltà di comprendere la lingua, mi hanno insegnato che i tempi per parlare con Gesù non sono scanditi dal nostro orologio. E mi è sorto spontaneo un confronto con le nostre celebrazioni, più brevi, poco intense e, a volte, solo tradizionali.
Vivere in questa comunità, mi ha dato la possibilità di aprire mente e cuore ad accogliere il bene, la semplicità, la realtà e le qualità delle persone. Ho incontrato suor Micaela e suor Monica che nutrivano con cura, attenzione e grande amore per quei quattro ragazzi con handicap che vivono in comunità e che loro considerano “figli”. Malgrado le difficoltà, vedevo in loro l’espressione più pura dell’Amore che deriva solo guardando Gesù Cristo in croce e vedevo anche l’Amore materno infinito e senza limiti. Anche nel Centro disabili, il sorriso e l’allegria nell’accoglierci veniva sempre scandito dal battere delle mani e dal canto.
Perché quando si sta con gli ultimi, con chi è bisognoso, si riesce a vivere sereni, con mente libera, con cuore che respira e con anima in pace? La risposta la trovo sempre là, nelle parole delle Beatitudini, identità e felicità del cristiano. L’Eucaristia nella Chiesa domestica di un cristiano, al villaggio di Bilce, con altre tre persone battezzate, ci ha fortemente emozionato. Vivevamo la frase del Vangelo di Matteo: “Là, dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, come a Emmaus.
La visita al Centro di salute mentale, gestito dal Comune, è la nota un po’ triste di questo viaggio, perché mostrava la povertà di mezzi e di speranze future nelle persone che sono accolte. Tuttavia, la dedizione e l’umanità del dottor Gheri alleviano questa situazione. Qui ci imbattiamo in Giulia, una ragazzina minuta ed esile nel fisico. L’infermiera si avvicina a noi e ci racconta un po’ della sua vita.
Viveva in famiglia con il padre, vedovo e poi risposato, e 5 fratelli, finiti nel tempo tutti per strada e poi in centri di salute mentale. Il padre la promette sposa a un uomo molto più grande di lei che, quando si accorge degli handicap, fortunatamente non la sposa. Un ultimo dell’anno, per tornare dal padre, finisce in strada e poi sviene; è ricoverata in ospedale in pessime condizioni.
Il padre chiede al Centro di salute mentale di occuparsi della ragazzina, ospitandola da allora per sempre. Appena ci ha visti, si è avvicinata a noi con la palla. Giulia così grande per una vita così dura e così piccola con ancora la voglia di giocare!







