Sierra Leone - La Grammatica della Tolleranza | Ep.3 "Quelli che sono rimasti"
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La guerra civile in Sierra Leone è durata undici anni. Un’intera generazione è cresciuta lì dentro: senza scuola, senza protezione, senza futuro. Molti sono scappati. Qualcuno è rimasto — e quel restare ha fatto la differenza tra perdersi e ricominciare.
Il terzo episodio di Sierra Leone – Learning Tolerance si intitola "Those Who Stayed" ("Quelli che sono rimasti") e racconta il lavoro dei missionari saveriani con le generazioni segnate dal conflitto e con i bambini soldato. Si apre con il racconto di P. Girolamo Pistoni, un saveriano sequestrato dai ribelli durante l’attacco a Freetown. Dieci giorni di prigionia insieme a sei Suore della Carità, ad altri quattro confratelli e a una quindicina di operai di una fabbrica di plastica. Quando i ribelli capiscono di dover abbandonare la città, uno di loro apre il fuoco sugli ostaggi: nove persone colpite, sette uccise. Sopravvivono in due.
C’è poi il ricordo di un comandante che ordina di «sedersi nel sole» — gambe incrociate, mani sulla testa, calci ai reni — e della pistola puntata alla tempia davanti a un rifiuto. «Ma perché non hai paura?» «Perché la mia vita non è nella tua pistola. È nelle mani del Signore.»
E soprattutto c’è la scelta di tornare, dopo essere stato ferito: «Torno perché non tutti sono ribelli. Avevo lavorato sette anni con quella gente, in parrocchia: quando pensavo al ritorno pensavo a loro, non ai ribelli.»
Dall’altra parte della storia c’è chi da quel restare è stato salvato. Un uomo sierraleonese cresciuto da una madre sola — che vendeva vino di palma, puliva case e lavava panni per dar da mangiare ai figli, senza i soldi per una divisa o per i libri di scuola — racconta l’incontro con padre Berton e l’accoglienza nel Movimento delle Case Famiglia. Arrivato in Italia, avrebbe potuto restare e costruirsi un futuro. Dopo un anno è tornato. «Se non torno, non potrò condividere con il mio Paese quello che ho imparato. Restituire ciò che ho ricevuto da padre Berton è la mia vocazione.»
L’episodio allarga poi lo sguardo al presente: un Paese giovanissimo, la tentazione della migrazione, chi parte e chi torna senza nulla e con la vergogna di aver deluso la famiglia. E una visione di missione che rovescia i luoghi comuni: «Sono andato in Africa e il Signore era già là, mica l’ho portato io.»
Il compito, dicono i saveriani, non è risolvere i problemi della Sierra Leone al posto dei sierraleonesi, ma tirare fuori i loro talenti. La priorità ha un nome preciso: l’educazione.
Chiude la voce di un giovane missionario, che guarda con ammirazione al coraggio dei primi saveriani arrivati in questi villaggi — dove tutto era diverso, la lingua, il cibo, il modo di pensare — e che oggi cammina sulla strada che loro hanno aperto.
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