Nelle nostre famiglie del passato, la mamma a mezzogiorno preparava la tavola per il pasto con una tovaglia bianca e depositava al centro un grande pane rotondo, ben cotto e un buon fiasco di vino. Il pane rotondo e voluminoso veniva coperto con un panno in attesa dell’arrivo di tutti membri della famiglia. Quando tutti erano presenti, il padre aveva il compito di prendere il pane, di spezzarlo e di spartirlo. La famiglia sentiva la gioia del vivere insieme e di essere riunita.
Il pane era il risultato di un duro lavoro, a volte solo del padre. E quando il pane era abbondante, diventava simbolo di vita, di solidarietà e di gioia conviviale.
Il pane condiviso
Così il vangelo di oggi parla del pane, così necessario nella nostra vita.
Luca racconta che la gente, attratta dall’insegnamento di Gesù, lo segue per una lunghissima giornata. Verso sera, quando il sole tramonta, i discepoli si affrettano a dire al maestro: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”. I discepoli praticamente suggeriscono che ognuno si arrangi, che ognuno risolva i suoi problemi da solo.
Ma Gesù fa una controproposta inattesa: “Voi stessi date da mangiare”.
Una proposta assurda. Ci sono cinquemila persone e sono a disposizione solo cinque pani e due pesci.
Il maestro non fa i conti col numero delle persone e con i soldi necessari, ma passa direttamente alla modalità e dà le disposizioni: “Fateli sedere a gruppi di cinquanta”.
Non si tratta solo di sfamarsi, ma di condividere insieme una vera cena. Non si tratta di essere una folla anonima, ma di diventare una comunità.
Poi davanti a tutti, Gesù prende i pani e i pesci, li benedice, li spezza e li dà ai discepoli per distribuirli. I pani e i pesci non finiscono. Il miracolo, più che una moltiplicazione, è una condivisione. Il segreto sta nel condividere il pane: ognuno veda la fame dell'altro e faccia circolare il pane che ha tra le mani. I discepoli e l’intera comunità distribuiscono i pani. Solo da una comunione di amore si può nutrire la vita. E tutti sono saziati.
C'è tanto pane nel mondo che a condividerlo davvero basterebbe per tutti.
Il pane della memoria
Il vangelo del miracolo del pane è narrato dai quattro evangelisti sei volte, poiché è il segno molto importante della venuta del Messia e per preparare e per fare comprendere il dono dell’eucaristia. Gesù compie alcuni gesti, come la benedizione, lo spezzare il pane, l’azione di grazie, la distribuzione, che sono gesti dell’ultima cena. Tutti gli evangelisti descrivono la Pasqua celebrata da Gesù il Giovedì Santo. E anche Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto, racconta con scrupolo, come prima cosa, come segno di autenticità, ciò che lui stesso ha ricevuto.
Racconta la cena e quel comando: “Fate questo in memoria di me.” ‘ Fatelo, se volete che io sia presente e attualizzi la mia comunione con coloro che credono in me.’ E noi lo rifacciamo, in obbedienza.
Noi crediamo che ripetendo quella cena compiamo un memoriale, uno ziqqaron, cioè stiamo rivivendo il dono di Cristo Gesù all’umanità. “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunciamo la tua morte, Signore…”
Il dono di sé stesso.
Eucaristia è un grande fiume che è presente e che scorre nel tempo e nello spazio per essere dappertutto e per dare acqua e vita a tutte le generazioni del mondo.
Il pane non contiene Gesù in miniatura, come si potrebbe facilmente immaginare, ma il pane e il vino, sono sacramenti, segni della fede; con l'azione dello Spirito, sono sacramenti del suo corpo e del suo sangue. Gesù invita tutti a mangiare e bere: 'Prendete e mangiate, questo è il mio corpo... Prendete e bevete, questo è il mio sangue.” Prima di adorare, contemplare, pregare il Pane consacrato, Gesù chiede di tendere la mano, di accoglierlo, di mangiarlo, come cibo. Il pane è fatto per essere mangiato. Il vino è fatto per essere bevuto. Tra Gesù e noi si crea un grande legame, una nuova alleanza. Mangiamo pane che diventa cellula del nostro corpo, respiro, gesto, pensiero. Gesù non è venuto al mondo con il solo scopo di rimuovere i nostri peccati, ma di entrare in comunione con noi senza ostacoli e senza paura, per diventare una cosa con noi.
“Tocchi Dio ogni giorno?”
Teresa Bello, una missionaria saveriana in Tailandia, racconta come ama viaggiare con mezzi pubblici e come ha l’abitudine di sedere accanto all'autista.
Un giorno l'autista, che è un buddista, sapendo di avere a suo fianco una religiosa cristiana, si mostra particolarmente curioso. Fa alla suora mille domande su Dio, sulla vita eterna e sulla vita religiosa ... Ad un certo punto egli tace. Sta preparando la domanda più importante, che mette in difficoltà la sorella missionaria: "Tocchi Dio ogni giorno? "
Come rispondere? La risposta non può essere solo parole.
"Sì," osa rispondere suor Teresa, dopo un qualche momento di silenzio.
E poi lei spiega come questo contatto impossibile è stato reso possibile da Gesù.
In lui, Dio si è fatto decisamente vicino, uno di noi, e ogni giorno - ovunque - possiamo entrare in relazione con lui.
“Mentre glielo dicevo, lo ripetevo anche a me stessa"- Confessa suor Teresa - “Possiamo toccare Dio e possiamo farlo ogni giorno. Non so cosa abbia capito il mio interlocutore buddista. Ma so di non aver dimenticato la sua domanda. Dopo molto tempo questo interrogativo è ancora presente, come un dono e un impegno per la mia vita cristiana. Mi accompagna, rianimando in me la riconoscenza per l'incredibile dono della vicinanza di Dio”.
Questa domanda dell’autista buddista è rivolta anche a noi oggi: "Tocchiamo Dio ogni giorno? " Oggi è la festa del Corpus Domini, festa dell’Eucaristia, che ci offre nella fede la possibilità di toccare, d’incontrare Dio.
Ogni domenica ci troviamo qui per questo tocco divino. DG - Vicenza, 21.06.2019
PADRE PIETRO UCCELLI
La fama di santità lo accompagnò per tutto il resto della vita, anima semplice e di carattere allegro, era innocente e limpido, rimanendo così fino alla morte, avvenuta il 29 ottobre 1954 nella casa dei Missionari Saveriani a Vicenza, dove le spoglie sono conservate nella chiesetta attinente alla casa stessa di Vicenza.






