Il desiderio
Papa Francesco, mercoledì 12 ottobre nella catechesi settimanale ha parlato del desiderio, che è una nostalgia di pienezza, che non trova mai pieno esaudimento ed è segno della presenza di Dio in noi… La parola italiana viene da un termine latino molto bello: desidus, letteralmente vuol dire “La mancanza della stella”. Il desiderio è una mancanza della stella, mancanza del punto di riferimento che orienta il cammino della vita; essa è una sofferenza, una carenza, e nello stesso tempo una tensione per raggiunger un bene che ci manca.
Una persona che non desidera è una persona ferma – dice il papa – forse ammalata, quasi morta.
Il desiderio importante è quello di vivere, di vivere bene e di continuare a vivere anche dopo la morte. Il gruppo dei sadducei, nel vangelo di oggi, ridicolizza la vita nel futuro, con la storiella di una donna, sette volte vedova e mai madre. E per mettere in difficoltà Gesù, uno del gruppo domanda: “Di quale dei sette fratelli che l’hanno sposata sarà moglie quella donna nella risurrezione dei morti?”
Gesù, come è solito fare, quando lo si vuole imprigionare in questioni insidiose, invita a pensare altrimenti e più in grande: quelli che risorgono non prendono moglie né marito. La vita futura non è il prolungamento di quella presente. Coloro che sono morti non risorgono alla vita biologica, ma alla vita di Dio. La vita eterna vuol dire vita dell’Eterno.
Vivere ora da risorti
“Io sono la risurrezione e la vita”, ha detto Gesù a Marta.
Gesù parla della risurrezione che inizia già in questa vita. La risurrezione, più che dei morti, è risurrezione dei vivi, poiché sono i viventi che devono alzarsi, destarsi e risorgere.
Dice San Giovanni nella sua prima lettera:
“Noi sappiamo che siamo passati (già ora, in questa vita) dalla morte alla vita, quindi risorti, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte.” (1Gv 3,14).
Dunque ai sadducei di ieri e di oggi, che immaginano la risurrezione solo come un qualcosa dopo la morte, egli ripete: “Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore” (Mc12,27)
Gesù invita già ora a vivere da risorti. Vivono da risorti coloro che fanno coincidere la propria vita con la liberazione dalle proprie fragilità, dal male e la liberazione dei fratelli oppressi da una vita diminuita. (Cfr. P. Squizzato)
Vivere ora da risorti è tornare ad essere umani.
Vivendo in questo nostro tempo, in noi si formano interrogativi a volte angoscianti per le crisi che si susseguono: pandemia, la guerra, il cambiamento climatico e la fragilità economica e sociale, l’immigrazione…
Susanna Tamaro, scrittrice, in questi giorni, ha presentato il suo ultimo libro che porta il titolo: Tornare umani. Nella complessità del mondo di oggi, ci invita tutti a chiedere insieme perdono alla Terra, «perché non abbiamo saputo far altro che umiliarla, gettandole sopra la cupa maledizione del nostro orgoglio». Tornare ad essere umani, tornare alle cose semplici, ‘che sono anche le più belle’, al contatto con la natura, alla compagnia degli animali, al gusto del pane, all’ascolto del silenzio, a guardare le stelle, allo stare insieme… Questo è da una posizione sdraiata, passiva, è mettersi in piedi, è risorgere! Vivere ora da risorti è tornare ad essere umani.
Vivere ora da risorti è tornare ad essere uomini e donne della gioia del vangelo.
Gesù non era tanto interessato a insegnare agli uomini e alle donne la strada per essere salvi aldilà, ma era interessato a insegnare come essere salvi, cioè felici, già nell’aldiquà.
E Gesù si è accorto che l’ostacolo principale per la felicità è chiudersi nel proprio io, il mettere al centro l’io. Ecco perché Gesù dice: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso” (Lc9,22). Rinnegare se stesso non vuol dire annullarsi, ma non fare del proprio io l’idolo della propria vita, non ripiegarsi su se stessi, ma mettersi in piedi, risorgere.
Le strade che Gesù propone sono la fraternità, la giustizia, la misericordia e il perdono… Non è la vita che vince la morte, ma l’amore (Ermes Ronchi). Se siamo risorti nell’aldiquà, saremo anche risorti nell’aldilà. (Cfr. La fede che verrà)
Vivere da risorti è la speranza nella vita dopo la morte
Un autore francese scrive: “Dire ad una persona: io ti amo, equivale a digli: io voglio che tu non muoia mai, che tu viva sempre” (Gabriel Marcel). Gesù nei vangeli è intervenuto tre volte su persone decedute: la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Naim, l’amico lazzaro di Betania.
Nella fede in Gesù Cristo, che ci ama, noi ci apriamo alla speranza: se egli è risorto anche noi risorgeremo (1Co 15,20-22). Noi abbiamo la certezza che quando non ci saremo più, non scompariremo nel nulla, ma saremo ancora di più, nell’incontro definitivo con Dio della vita.
Parlavamo all’inizio dell’importanza del desiderio, che è la bussola per dare direzione alla nostra vita e che è la mancanza della stella. Molte persone soffrono perché non sanno che cosa vogliono dalla propria vita e a volte vediamo gente che si suicida o che cerca l’eutanasia. Dice papa Francesco: probabilmente non hanno mai preso contatto con il loro desiderio profondo.
Se il Signore rivolgesse a noi, oggi, la domanda: “Che cosa vuoi che faccia per te?” Forse potremmo chiedergli di aiutarci a conoscere il desiderio profondo di vivere della sua pienezza di vita. Ma, alla fine, anche Lui ha lo stesso grande desiderio, poiché così definisce la sua missione: “io sono venuto perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza.” (Gv10,10)
PADRE PIETRO UCCELLI
La fama di santità lo accompagnò per tutto il resto della vita, anima semplice e di carattere allegro, era innocente e limpido, rimanendo così fino alla morte, avvenuta il 29 ottobre 1954 nella casa dei Missionari Saveriani a Vicenza, dove le spoglie sono conservate nella chiesetta attinente alla casa stessa di Vicenza.






