Un fuoco, un sussurro e uno sguardo che incanta.
Cari Lettori vi invito a leggere questa riflessione che ci ha preparato Antonella Del Gorsso Missionaria di Maria-Saveriana Pugliese di Foggia. L’avvento è iniziato con un invito: “Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”, e si conclude con Maria che si alza, la “tapina”, una piccola donna, e va in fretta verso le montagne (Lc. 1,39). Quella libertà annunziata è già entrata nelle sue vene, e non si può più andare al passo solo umano. Lei ora, la piena di grazia, ha una marcia in più. E’ tempo di fuoco, come quello che Giovanni Battista aspettava e non poteva dare, che ti fa correre, che ti fa libero, oltre quella compostezza religiosa con cui vorremmo rinchiudere Maria. Impossibile per qualsiasi innamorato restare quieto. E’ per questo che quel passo inquieto e deciso sembra fare eco al Cantico dei cantici: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!”, mentre l’amato le viene incontro dai monti (Ct 2,8-14). La possiamo immaginare Maria, trafelata, con le guance rosse, probabilmente scomposta nelle vesti, mentre corre… Lei, la rialzata tra gli umili, l’affamata ricolmata di beni. E non posso che desiderare di sentirmi rialzata come lei dallo Spirito, di sentire questo fuoco nelle arterie e questa fame viscerale nella pancia. “Io ho bisogno di qualcuno che mi parli di un fuoco e di una corsa, di un amore così radicale da non poter essere contenuto solo nelle categorie del giusto” (Alessandro Dehò).
Ma Maria, insieme al fuoco, porta in sé la dolcezza di quella brezza leggera, di quell’annuncio di primavera dopo l’inverno, dei fiori che appaiono nei campi, e dei primi frutti già maturi sul fico… La tenerezza in questo vangelo si mostra nell’incrocio di sguardi tra due donne, e nei gesti che custodiscono i loro corpi ricolmi, abitati. La tenerezza è nel modo con cui si guarda: “E’ incantamento perché quel volto è abitato. Bisogna in qualche modo perdersi, perdere tempo a guardare… e contemporaneamente è stare sulla soglia, lontano da ogni invasione e occupazione. E’ il sottovoce, un parlarsi sul cuore. Parlano gli occhi, gli sguardi, le mani” (Don Angelo Casati).Se penso a Maria in Asia, in particolare in Thailandia, la terra del sottovoce e della lingua del cuore, rivedo proprio questa immagine delicata e forte, non invadente ma presente, come un sussurro o uno sguardo che incanta. E’ la sua bellezza ancora ad attrarre. Sono stata in Thailandia 15 anni, e non avrei mai creduto che l’immagine di una donna e di una madre potesse comunicare più delle parole. Condivido brevemente due storie, che ci dicono la potenza del volto di Maria.
Mi soffermo prima sull’immagine di Donna. E’ una giovane tailandese che ci racconto il suo primo incontro con Maria, come buddista. Si chiama Kratee. A 15 anni risponde ad un invito per vedere una celebrazione cristiana. Di quella celebrazione non ricorda niente, non capiva le parole, e tantomeno quell’uomo crocifisso, che le faceva paura (un uomo ridotto così stava subendo la punizione del suo Karma?)… ma appena entrata in chiesa ricorda la statua di una donna, che non sapeva chi fosse. E’ stata subito colpita dalla sua bellezza, dalla sua normalità, e il suo modo di guardarla. Lei ha usato, per descrivere la prima volta che ha visto Maria, la parola “pratap giai”, che in tailandese significa impresso nel cuore (molte parole Thai si compongono con la parola cuore). Oggi Kratee è cattolica, battezzata con il nome di Benedetta, e dopo un lungo cammino è entrata da noi, missionarie di Maria - Saveriane, che abbiamo come Icona proprio quella della Visitazione.L’immagine della Madre invece mi fa pensare a Narin, un giovane già convertito al cristianesimo (in Thailandia i cristiani sono solo lo 0,6%), in una chiesa evangelica, ma che non conosceva il cattolicesimo, anche perché nella sua città non ci sono chiese cattoliche, e i suoi genitori sono buddisti. E’ attratto dalla parola di Dio, così decide di approfondire la conoscenza in una città più grande. Lì vede per la prima volta una chiesa cattolica e vi entra… Ricorda che dalla porta che apre timorosamente scorge una figura bellissima, di una madre con un bambino, e comprende che è Maria, che conosceva molto poco. Incontra lì un sacerdote che lo aiuta a capire di più, ma ciò che sempre lo attirerà sarà la figura di questa madre, la Madre del suo Signore (come dice Elisabetta), che sicuramente aveva dato a suo Figlio tutta la cura e l’educazione affinché la sua umanità fosse intrisa di fede. Come si poteva separare nella fede il figlio da sua madre? Narin sceglierà a 19 anni di rimanere nella chiesa cattolica con il nome di Francesco, l’unico cattolico della sua famiglia. Oggi Francesco è incollato ad un letto per una grave malattia che lo ha paralizzato da anni, e mai avrebbe immaginato di dover vivere tanta povertà nella sofferenza e solitudine. Ha però imparato che poteva offrire ancora la sua vita, in modo diverso dai suoi piani. Cristo gradualmente lo ha aiutato a dare un senso a questa sua pesante situazione, che altrimenti sarebbe stata solo la conseguenza di un male precedente da scontare. Maria gli ha dato il conforto di una madre sempre presente, e la speranza di poter vedere e essere lui stesso luce, pur nell’ombra della sua stanza.
La Benedetta fra le donne, che Gesù stesso ha chiamato Donna e Madre, è in Thailandia quel marchio di fuoco impresso nel cuore attraverso la bellezza, la tenerezza e la Parola discreta. E’ quel sussurro agli orecchi, gridato poi sui tetti con la testimonianza di vita. E’ quella “porta di ingresso” che apre alle speranza in Cristo Gesù, quella speranza che è la carta d’identità della nostra fede.







