RICORDANDO DON CRESCENZIO MORETTI, FIDEI DONUM IN COLOMBIA
Volevamo festeggiare insieme quest’anno a Cesena i suoi cent’anni visto che entrambi siamo nati il 24 novembre. Se n’è andato lo scorso 9 giugno. Aveva scritto il libro Missione è bello (2014), dopo aver curato la raccolta di esperienze missionarie della sua Diocesi di Cesena-Sarsina dal titolo Missione è dono. La sua vita è stata una Missione, cioè un bel dono.
Infatti, don Crescenzio è stato tra i primi preti Fidei Donum della sua Diocesi, donato alla Diocesi di Cartago in Colombia dov’è rimasto a lavorare a fianco del suo discepolo don Giorgio Bissoni.
Don Crescenzio e don Giorgio arrivarono nel 1964 nella parrocchia di La Paila, Diocesi di Cartago. Rimasero in questa piccola frazione del Comune di Zarzal, con 12mila anime, sino al 1976, abbinando catechesi e carità. Don Crescenzio, con uno spirito più paterno, e don Giorgio, con un approccio più fraterno. Perfetta complementarietà per un lavoro pastorale e sociale nella dialettica tra i padroni delle fabbriche dello zucchero e delle caramelle e gli operai alla ricerca di garanzie dei loro diritti attraverso sindacati di base e non padronali.
Con loro è cresciuta la mia generazione di La Paila. Con loro siamo stati scout, operatori della Croce Rossa, della Comunità Emmaus. Con loro l’Oratorio è diventato un grande impegno sociale. Ricordo lo sciopero dei lavoratori dello Zuccherificio Riopaila quando, nel 1976, mentre accompagnavamo i tagliatori della canna da zucchero, don Giorgio fu preso dalle guardie private della ditta assieme alla polizia e accusato di sovversione. Don Crescenzio arrivò vestito da prete, con tanto di sottana, che non indossava mai, e si piantò nel bel mezzo sfidando gli uomini in armi a sparare a entrambi. Rilasciarono entrambi, ma un mese dopo, i servizi segreti colombiani (Das) sarebbero tornati a prendere e incarcerare don Giorgio a Tuluà per poi rimpatriarlo in Italia con la mediazione dell’Ambasciata italiana in Colombia.
Di fronte alla passività e all'indifferenza del vescovo di Cartago, don Crescenzio lasciò La Paila e la Colombia in solidarietà con don Giorgio e la comunità. Anche in segno di protesta. Tornò quindi in Italia, nella sua diocesi e poi al CEIAL di Verona, in seguito diventato CUM. Lì coordinò i corsi per l’America latina e diresse il periodico “Noticeial” e poi “Noticum”.
La mia vita è stata segnata da questi due preti romagnoli, arrivati in questo piccolo paese della Valle del Cauca sulla Costa pacifica colombiana prevalentemente afro. Benché più legato come stile a don Giorgio, che poi andò in Venezuela, dove morì nel settembre 2023, fu don Crescenzio a volermi al suo fianco al CEIAL di Verona, quale insegnante di lingua e cultura latinoamericana. Lì conobbi il MLAL (Movimento Laici America Latina) e mi si aprì il mondo della cooperazione internazionale.
Chi arriva oggi a La Paila trova i segni tangibili della missione e delle opere di don Crescenzio e don Giorgio. Soprattutto, la coesione sociale di una comunità e una generazione che imparò la solidarietà e la cultura della pace in una Colombia la cui storia e geografia sono state e sono ancora attraversate dalla violenza e dal dolore. Tra le loro opere rimangono: il Liceo parrocchiale, la Scuola Tecnica, l’Onlus IDLA (Instituto de desarrollo de La Paila), il Comitato locale della Croce Rossa, gli Scout e diverse Fondazioni di lavoro sociale ed ecologico. Nel tentativo di pedagogia della pace, i due preti romagnoli crearono addirittura la squadra parrocchiale di calcio con ottimi risultati nei campionati regionali. Non è un caso che durante la loro missione, La Paila sia diventata un vivaio di giovani atleti delle diverse discipline sportive con trionfi a livello nazionale e internazionale. Il noto calciatore del Parma dello scudetto, Tino Asprilla, è anche figlio di questa eredità.
Don Crescenzio durante i suoi 12 anni a La Paila fu anche un innamorato della cultura della Costa Pacifica colombiana. Lo strumento musicale locale che più amò fu la marimba de chonta, una sorta di xilofono tradizionale fatto a mano con legno di palma locale e con risonanze di bambù (guadua). Ovunque si trasferiva a vivere, se ne portava uno. A La Paila, don Crescenzio diceva che operava in America latina, ma con il popolo di Dio africano, i tagliatori della canna da zucchero.







