Un piccolo gesto, una grande missione: In memoria di Padre Franco Manganello ...
Ogni mattina, quando varcavo il cancello della Missione dei Padri Saveriani di Salerno per raggiungere la cappella inferiore, sapevo che avrei trovato la porta già socchiusa. Non era magia, era Padre Franco. Con un piccolo cartoncino infilato nella serratura, evitava che la porta si chiudesse del tutto: un gesto silenzioso ma pieno di attenzione, perché sapeva che non avevo le chiavi, e voleva che potessi entrare senza difficoltà.
Questo era Padre Franco Manganello: una presenza discreta e luminosa, un missionario nel cuore e nella quotidianità, che faceva della fraternità il linguaggio più alto della sua fede. Ogni mattina, prima della Santa Messa, quando i suoi confratelli erano impegnati fuori in altre parrocchie o in viaggio al nord , recitava le Lodi anche da solo con il breviario in mano e lo sguardo raccolto. Poi, appena mi vedeva entrare, mi invitava con un sorriso a leggere le letture del giorno, trasformando ogni liturgia in un momento di autentica condivisione.
Durante la celebrazione, arrivava sempre il momento in cui, al ricordo dei defunti, si voltava delicatamente verso di me o qualche confratello, quasi sussurrando con gli occhi: “C’è qualcuno che volete ricordare?”. Era un dialogo senza parole, ma carico di significato. In quelle Messe celebrate anche a volte in due soli partecipanti, c’era tutta la forza di una fede viva, vissuta nel quotidiano, mai abitudinaria. Quando si arrivava all’Alleluya era sempre lui ad intonarlo. Era un eccellente Organista.
Un giorno, dopo la Messa, lo vidi prepararsi per un viaggio verso Napoli, dove avrebbe dovuto sottoporsi ad accertamenti ospedalieri. Mentre stava per partire, mi avvicinai e gli consegnai una piccola offerta, dicendogli: “Padre Franco, questa è per qualsiasi emergenza potesse sorgere durante il ricovero.”
Lui mi guardò con occhi lucidi, poi sorrise e disse: “Grazie, Paolo. Ma questa offerta la invierò nel villaggio della mia missione in Sierra Leone, per i tanti bambini bisognosi.”
Padre Franco ha vissuto così: facendo di ogni dono un atto d’amore più grande, e di ogni occasione un’occasione per restituire. Confessava con discrezione, accoglieva con rispetto, coinvolgeva con la sua semplicità autentica chiunque entrasse in contatto con lui — dai laici ai giovani gruppi in visita, dai confratelli ai passanti curiosi.
Padre Franco non parlava mai di sé in modo diretto. Eppure, ogni gesto raccontava un’intera vocazione: la sua umiltà, la discrezione con cui entrava nella vita degli altri, la capacità rara di insegnare senza spiegare, di guidare senza comandare, di ispirare senza mai imporsi.
Ricordo che quando giungevano gruppi o pellegrinaggi all’Istituto Saveriano di Salerno, lui c’era sempre. Mai protagonista, ma sempre pronto. Indossava la stola con naturalezza, e apriva le braccia nel sacramento della Riconciliazione con una delicatezza che metteva pace a chiunque si accostasse.
Una mattina, mentre parlavamo dopo la Messa, gli chiesi:
“Padre Franco, dopo tutti questi anni in missione, cosa ti è rimasto nel cuore?”
Mi guardò un attimo, sorrise appena e disse:
“Il silenzio delle persone che pregano. I sorrisi dei bambini e dei giovani studenti della mia scuola che non hanno niente. E il dolore trasformato in perdono.”
Quella frase, semplice e luminosa, conteneva tutto il Vangelo.
Aveva anche una passione silenziosa per la musica, che non metteva mai in mostra. Studiò per anni al conservatorio: organo, chitarra classica…tutte le mattine si esercitava nella Cappella del primo piano dell’Istituto. “Nella musica gli esercizi sono importanti, e bisogna sempre esercitarsi, e non bisogna mai correre!” eppure non lo diceva quasi a nessuno. Ma bastava sentirlo accennare un canto, o vederlo accompagnare un ritornello con la voce bassa e intonata, per intuire che quella musica era diventata parte della sua preghiera.
Negli ultimi tempi, quando le forze cominciavano a cedere, non ha mai smesso di essere pastore e fratello. Anche quando doveva sottoporsi a visite mediche o esami, lo faceva con quel passo docile, come “un agnellino che si lascia guidare”, direi quasi come Cristo nel Getsemani.
Eppure, anche in quel momento — quando gli consegnai una piccola offerta per eventuali necessità in ospedale — pensò subito alla sua Sierra Leone, e ai bambini poveri del villaggio.
“Questa offerta la mando giù, Paolo,” mi disse. “Perché lì c’è sempre qualcuno che ha più bisogno di me.”
Padre Franco non era un uomo che faceva rumore.
Ma il vuoto che ha lasciato parla forte.
E chi ha avuto il privilegio di condividere anche solo un tratto del cammino con lui, sa che ha incontrato un uomo buono, un vero missionario, e un credente capace di amare con gesti piccoli e profondi.
È stato un fratello vero, un missionario senza confini, un uomo di Dio che ha saputo vivere anche l’ultimo tratto della sua vita con la stessa dolcezza con cui apriva quella porta ogni mattina.







