Una lettura orientale del dialogo, Il caso Giappone
Tre sono gli argomenti trattati in questo volume: il Giappone contemporaneo, il suo difficile dialogo col mondo esterno, le sfide che comporta la missione cattolica. Sono tanti bozzetti che affrontano aspetti della vita quotidiana e dello spirito giapponese: l’importanza del denaro nella mentalità collettiva, il ruolo della donna e i suoi problemi, anche nella comunità ecclesiale, il contesto globale che condiziona oggi il Giappone, le sue minoranze interne, la legislazione in loro favore e i pregiudizi sottintesi. Punti di vista eccentrici, attraverso i quali provare ad interpretare la contemporaneità di una nazione tra le più difficili da comprendere.
Perché, se il Giappone compare nell’immaginario storico come il paese nel quale per onore, per devozione all’Imperatore, ci si può togliere la vita, esso è anche il paese dove “ogni cosa ha un prezzo” e dove, dunque, nessun dono è considerato gratuito e la nascita porta già con sé l’onere del debito coi genitori e gli antenati (cfr. p. 46).
Se il Giappone è il paese della gentilezza estrema, formalizzata in ogni gesto, anche il più banale, se è il paese che più di tutti ricerca e celebra l’uniformità, l’adeguarsi al costume, allo stile collettivo, alla norma, è anche il paese che non è ancora riuscito ad abolire le caste (almeno non nel sentimento comune) e nel quale la casta degli intoccabili, i burakumin, gli eta (sozzura abbondante), deve ancora difendersi dall’ostilità degli altri. Paese nel quale si può negare la presenza di minoranze, come gli Ainu, i primi abitanti dell’arcipelago e dove, nello stesso tempo, si può lasciare alla superpotenza americana il controllo di una intera isola, Okinawa, restituita alla sovranità nazionale giapponese solo nel 1972, dopo ben ventisette anni di protettorato americano (cfr. p. 198).
Paese che sopporta le umiliazioni più sconcertanti come l’essersi fatto imporre il principio dell’eguaglianza dagli stranieri, con la Costituzione del 1947, voluta dai vincitori americani e che continua, tuttavia, a ritenersi isolato dal mondo, a pensare al potere come ad una qualità non umana, a contrapporre al materialismo occidentale la sua superiorità dello spirito.
Paese dalle molte “periferie”, il Giappone.
C’è la periferia delle minoranze, quelle etniche, tradizionali e degli ultimi arrivati, i nikkei, i giovani brasiliani di origine giapponese che tornano nella terra degli antenati e dello yen (cfr. p. 150), e quelle sociologiche, i poveri, le donne, i giovani. Soprattutto le donne, strette tradizionalmente dentro le tre obbedienze confuciane (al padre, al marito e al figlio maggiore), per le quali ancora non è facile vedere riconosciuto il ruolo e il contributo.
Dall’epoca in cui, nel 1946, l’antropologa americana Ruth Benedict scrisse il saggio Il crisantemo e la spada per spiegare agli americani quei nemici così “diversi”, il Giappone non cessa di essere un enigma e una sfida. Questo, in particolare, è l’aspetto che l’autore, un missionario da più di dieci anni in Giappone, dove dirige il Centro Studi Asiatico di Osaka, vuole mostrare. Perché egli sembra voler dire che i giapponesi hanno davvero bisogno del cristianesimo: della gratuità del dono, della spiritualità fraterna e operosa, del sentimento di vicinanza agli ultimi. Citando lo scrittore cattolico Endo Shusaku, per il quale la mentalità religiosa del giapponese privilegia un dio che soffre con gli uomini e ne accetta la debolezza, egli è convinto che il cristianesimo potrebbe “delineare quel compassionevole volto materno di Dio rivelatoci nella persona di Gesù” (p. 137).
E questo sarebbe davvero il modo, per il Giappone, di recuperare un senso profondo che sembra oggi smarrito.







