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Satkhira, I diari dei padri gesuiti (1918-1947)

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Satkhira_Libro.jpgCon questa opera, si inaugura la collana “Monumenta Missionalia”, Asian Studies Centre dei missionari saveriani, che ha lo scopo di far rivivere, attraverso i documenti, la memoria storica dell’azione missionaria.

I diari sono quattro: il primo, The beginning (1918-1925); il secondo, Fall and Revival (1925-1939); il terzo, Consolidation (1939-1943); infine il quarto, Growth (1944-1947). Specie nei primi due diari, che riguardano gli inizi della evangelizzazione delle popolazioni “muci” (o “rishi”), si insiste sulle cattive condizioni dei villaggi o delle costruzioni e sui problemi sociali.

I rishi erano una popolazione discriminata e con pessima fama di ladri e criminali. I missionari offrivano aiuti economici e protezione, ma chi diventava cristiano si doveva impegnare a mandare i propri figli a scuola, alla monogamia e ad abbandonare le celebrazioni “pagane”.

Il lavoro non era facile, infatti molte sono le note, nel corso dei trent’anni, che lamentano l’abbandono e il ritorno all’antica religione (alla propria jat, cioè casta). Dunque, c’è un equivoco di fondo: la gente si converte perché cerca beni materiali e protezione.

Per i missionari, che si interrogano su questi abbandoni, però, la ragione sembra essere soprattutto il fatto che siano poco istruiti.

Il testo è corredato da un’appendice nella quale si riportano le mappe e l’elenco dei luoghi con le variazioni linguistiche, nonché le fotocopie di alcune pagine dei diari.

L’introduzione, molto documentata, riassume la storia dei gesuiti in Bengala, le problematiche della missione, le condizioni culturali e sociali dei “rishi”, e risulta fondamentale per comprendere i diari. Un testo importante, ricco di suggestioni e affascinante. Ad esempio, nell’aprile 1937, una delegazione di “rishi” da Borodol, visitò i gesuiti a Calcutta e disse loro che l’intero villaggio desiderava diventare cristiano, poiché erano oppressi da un zamindar (latifondista) locale e dalla polizia. Circa una decina di loro erano già in prigione. La risposta positiva dei gesuiti segnò un secondo inizio della missione di Satkhira.

A quel tempo dominavano gli inglesi e i bianchi godevano di poteri illimitati. I “muci” di Borodol capirono subito che la loro alleanza con questi stranieri avrebbe potuto essere molto proficua e vantaggiosa e li invitarono ad aprire una missione nel loro villaggio. Così ebbe inizio la missione cattolica di Borodol. Gli echi delle gesta degli stranieri si ripercossero presto anche in altri villaggi, specialmente in quelli che avevano a che fare più di frequente con la giustizia. Anche questi villaggi chiesero la protezione dei bianchi e si dichiararono disposti ad accettare la loro religione.

Nel giro di pochi anni, dal 1935 in poi, sorse anche la missione di Satkhira, alla quale aderirono grandi villaggi “muci” come Dhandia, Senergati ecc. Di fatto i “muci” di Satkhira e Borodol non solo si aggregarono, ma si aggrapparono alla missione, incominciando subito a pretendere tutto dagli stranieri: la terra, la scuola, la casa, il lavoro, l’assistenza medica, l’aiuto contro i soprusi e le angherie degli altri gruppi e la protezione per le loro malefatte.

Tutti i villaggi ai quali furono accordati aiuto, assistenza e protezione aderirono al cristianesimo. Così, nella zona di Satkhira e Borodol, il termine cristiano è diventato sinonimo di “muci”, perché finora, al di fuori di loro, nessun altro gruppo si è avvicinato al cristianesimo.

Prescindendo dai motivi per cui i “muci” hanno mostrato e mostrano interesse per la Chiesa cattolica e considerando la loro storia da un punto di vista biblico-teologico, si dovrebbe concludere che il diritto di precedenza al Regno, di cui la Chiesa dovrebbe essere segno, spetta a loro. Ma, considerando la loro conversione al cristianesimo in termini più umani e realistici, forse la loro adesione alla Chiesa è stata un tentativo non molto fruttuoso per risolvere un problema la cui soluzione non è necessariamente quella religiosa.

Non manca infatti chi ha detto che gli intoccabili passati al cristianesimo si possono paragonare ad una nuova casta.

Per la Puja di Shiva o per il Namjoggo il gruppo cristiano, nonostante le proibizioni e le minacce del pastore, non si fa grandi scrupoli ad offrire la sua “chanda” (offerta) per la festa e di buon grado si associa ai suoi excorreligionari, non solo per suonare il “dhol” (tamburo), ma anche per consumare insieme il mod e la gaja.



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