SAN ROMERO D’AMERICA E... D’INDONESIA
L’Indonesia, terza democrazia al mondo – 204,8 milioni di elettori –, dopo India e Stati Uniti, il 14 febbraio è andata alle urne per eleggere il presidente, il vice e i rappresentanti del popolo. È uscito vincitore un nome controverso, per le passate accuse di crimini contro l’umanità, quello dell’ex generale Prabowo Subianto. Nonostante la campagna elettorale sia stata una “festa della democrazia”, senza particolari incidenti, la tensione politica nel paese resta alta. Non solo per le proteste contro gli scandalosi costi della campagna, che ha visto i candidati raccogliere fondi da ogni parte, senza badare alla loro provenienza, più o meno legale, ma anche per il nepotismo che sembra perpetuare al potere grandi famiglie, mettendo a dura prova la tenuta della democrazia, che “ereditaria” non è. In questo senso, si è espresso il card. Ignatius Suharyo, di Giacarta, commentando le critiche al presidente uscente, che ha candidato suo figlio, Gibran Rakabuming Raka, come vice di Subianto, del campo politico avverso. Citando l’Antico Testamento sul “crollo” dei regni d’Israele, a causa del mancato ascolto dei profeti, che ne denunciavano le manipolazioni, l’arcivescovo ha incoraggiato gli intellettuali a svolgere il ruolo di sentinelle della democrazia, richiamando appunto il servizio dei profeti nei confronti dei re d’Israele.
Sappiamo che Dio parla attraverso i suoi testimoni. Le critiche del card. Suharyo me ne hanno fatto venire in mente uno in particolare, mons. Oscar Romero, di cui ricorre il 44° anniversario dell’uccisione a San Salvador (24 marzo 1980). Per i salvadoregni, Romero era già “santo” prima della sua canonizzazione (Roma, 14 ottobre 2018), proprio perché testimone fedele di Gesù, completamente dedicato ad asciugare le lacrime e il sangue dei poveri. Sappiamo pure che i passi da Dio richiesti ad una Chiesa particolare hanno spesso lo scopo di segnalare un cammino a tutta la sua Chiesa, come ha ribadito papa Francesco ai circa cinquemila pellegrini venuti da El Salvador per la canonizzazione di Romero. Credo che la sua testimonianza sia molto attuale anche per l’Indonesia, dove i vescovi operano in una situazione di forte polarizzazione politica, che sembra non lasciar spazio alla dimensione pastorale ed evangelizzatrice. L’opzione preferenziale per i poveri e la difesa dei diritti umani hanno portato spesso Romero a scontrarsi con il potere politico e le oligarchie economiche, ma questo non ha mai significato per lui identificarsi con una parte politica, fosse anche quella delle forze rivoluzionarie, ma incarnare la figura del buon pastore, che non abbandona le sue pecore, testimoniando così – in modo evangelico – il suo amore “politico” per il paese.
La lapide posta sulla sua tomba, nella cattedrale di San Salvador, riporta semplicemente il suo motto episcopale: “Sentir con la Iglesia”. Il suo desiderio, infatti, è stato sempre quello di vivere il Vangelo restando fedele alla Chiesa. Il Concilio Vaticano II e la Conferenza di Medellín l’hanno costretto a interrogarsi sulle condizioni di vita del suo popolo, sulle violenze a cui era soggetto. Soprattutto nei tre anni in cui è stato arcivescovo di San Salvador, Romero ha sempre più profondamente udito il clamore del suo popolo, a cui ha prestato la sua voce. Per questo i salvadoregni non hanno fatto fatica a vedere in lui un Gesù redivivo, come ebbe a testimoniare uno dei sei gesuiti massacrati nel 1989 nell’Uca (Università centroamericana), Ignacio Ellacuría: “Con mons. Romero Dio è passato dal Salvador”.






