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CELESTINA BOTTEGO / FONDATRICE DELLE MISSIONARIE DI MARIA-SAVERIANE

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Il 20 agosto 1980 moriva a Parma la fondatrice delle Missionarie di Maria-Saveriane, Celestina Bottego, accompagnata dall’amorevole cura delle sue “figlie”, dalla vicinanza commossa dei fratelli Saveriani, dalla partecipazione corale della diocesi e della città.

Era nata nel 1895 negli Stati Uniti, dove il padre Gian Battista si era trasferito anni prima e aveva sposato Mary Healy, immigrata irlandese. Gian Battista nel 1901 era rientrato nella casa di famiglia a San Lazzaro, alle porte della città, insieme alla primogenita Maria e all’ultimo nato, Vittorio. Celestina invece rimase con la madre a Butte, nel Montana, fino al 1910.

In quei nove anni di rapporto esclusivo Celestina assorbe, intuendola, la sofferenza che la madre cerca di tenere segreta, ma anche la sua fine sensibilità: le radici della straordinaria empatia che la caratterizzò per tutta la vita si trovano probabilmente qui. Mary inizia la figlia alla musica e alla poesia, e grazie alla felice esperienza vissuta con alcune coetanee negli ambienti protestanti Celestina saprà avvicinarsi con naturalezza, ben prima delle aperture del Vaticano II, a persone di altre confessioni e religioni. 

NUOVI MONDI

Quando finalmente la famiglia si riunisce a San Lazzaro, la quindicenne americana impara l’italiano ed è conquistata dai tesori storici e artistici di Parma. Sente di avere meno libertà di quando era a Butte, ma è felice di avere accanto il fratello e soprattutto la sorella, gode dei vantaggi dell’agiatezza dei Bottego – che sono proprietari terrieri –, si diverte con gli amici, gioca a calcio, pattina e va a cavallo. Dopo il diploma consegue a Pisa l’abilitazione per insegnare l’inglese nelle scuole, dove alla competenza (pubblicherà anche un’apprezzata grammatica) unisce una grande umanità: stimata e amata in tutte le classi, è esigente ma paziente, non umilia, cerca in ogni modo di fare breccia anche nei più recalcitranti. Perché, diceva, è importante imparare le parole degli altri e conoscere i mondi che rivelano. Ama viaggiare, va all’estero a perfezionare le lingue che conosce o apprenderne di nuove, visita città, si interessa di natura, arte, letteratura e musica, stringe amicizie profonde e durature.

Contemporaneamente, e senza soluzione di continuità, la Sjorén’na (signorina) di San Lazzaro va incontro a situazioni di cronica miseria, di sofferenza, di inaridimento dell’anima: per le famiglie povere del quartiere, di destra o di sinistra, è sorella che sostiene, amica fedele che consola, sguardo che intuisce e comprende, braccia aperte che condividono con adulti, bambini, ragazze e ragazzi il pane, la casa, il tempo e – ogni volta che si può – l’allegria, la musica, i giochi.

IL TEMPO DELLE SCELTE

Celestina aveva una grande stima del matrimonio, della costanza e tenacia richiesta all’amore per tenere unita la famiglia. Bella e raffinata, aveva avuto corteggiatori e c’era stato anche un fidanzamento, che aveva sciolto non sentendosi pienamente libera; ma ad un certo punto capì con un certo rammarico che ormai per sposarsi era troppo tardi. D’altra parte, non era attirata dalla vita religiosa: i conventi italiani, a differenza di quelli americani, le rimandavano un’immagine soffocante e dimessa. Forse anche troppo stretta per una persona così poliedrica, attiva e abituata all’indipendenza. Decise quindi che l’eroismo cristiano avrebbe potuto viverlo senza un marito e senza un chiostro: a scuola, in parrocchia, con i suoi poveri. Era serena e in pace così. Per questo quando nel 1943 padre Giacomo Spagnolo – dopo alcuni tentativi andati a vuoto con altre signore – pensò a lei come persona “assai atta sotto tutti i punti di vista” per dare origine al ramo femminile saveriano, già sognato da Conforti, Celestina rifiutò. Lui non si rassegnò, e l’anno dopo lei acconsentì: non veniva dal suo cuore, ma forse era un disegno di Dio e un richiamo a staccarsi da una vita tutto sommato “comoda”; forse padre Giacomo avrebbe scoperto di avere sbagliato persona, o addirittura, a causa della guerra, l’opera non sarebbe mai iniziata. Ma ben prima di quanto si aspettasse arrivò una prima sorella, e Celestina, ormai quasi cinquantenne, fu pronta a mettere da parte dubbi, paure e senso di inadeguatezza. Portando con sé ciò che era stata e aveva vissuto fino a quel momento si affidò a Dio e si appoggiò a padre Spagnolo, il fondatore, garante del carisma saveriano. Con lui divenne fondatrice, per le future missionarie fu “la Madre”.

ESSERE SANTE, ESSERE APOSTOLE

Celestina aveva il dono di farsi compagna delle vite degli altri e lo coltivò grazie a un continuo dialogo con Dio e a una inesauribile tensione a lasciarsi trasformare dalla sua presenza nella preghiera e nell’eucaristia. Perché molti la ritenevano una santa, ma lei non pensava affatto di esserlo; però sapeva che quella era la meta per tutti: lo ripeteva sempre Emanuele Caronti, abate del monastero benedettino di San Giovanni Evangelista, che Celestina – come tante altre e altri giovani di Parma – ebbe come guida spirituale. E bisognava anche essere apostole: nella Chiesa, di fronte alla crescente scristianizzazione della società, era emersa la necessità di coinvolgere attivamente il laicato – e in particolare le donne – per restaurare il regno di Cristo; la neonata Gioventù Femminile di Armida Barelli, da parte sua, lanciava in quegli anni un programma strutturato di formazione e mobilitazione. Celestina partecipò alla nascita della GF in diocesi, divenne oblata secolare benedettina e aderì con convinzione alla pastorale del vescovo Guido M. Conforti. Nella parrocchia di San Lazzaro preparò bambini e adulti ai sacramenti, favorì il ritorno alla fede di chi si era allontanato, aiutò altri ad avvicinarsi, si dedicò alla liturgia tanto amata: insegnava i canti, suonava l’organo.

In quegli anni le cattoliche venivano spinte a superare la debolezza ritenuta connaturale al sesso femminile per conformarsi al modello della donna forte; Celestina però non aveva bisogno di particolari sollecitazioni: viveva la sua forza – evidente anche nella proverbiale soavità dei modi – con naturalezza; era indipendente e autonoma. Sapeva quello che le importava: “avvicinarmi a quella perfezione che Gesù ci ha additato affinché gli uomini vedendo la grazia divina in me si sentano più docili e disposti a riconoscere le opere di Dio e a convertirsi”. A questo si sentiva chiamata, era questa la sua vocazione. Ma in quale stato di vita realizzarla?

ANCORA IN VIAGGIO

La nuova vita fu ricca di gioia: occuparsi della crescita delle sue “figlie” e vivere con loro in quella villa Bottego che divenne la Casa Madre, condividere con padre Giacomo un progetto tutto da costruire, avere una familiarità con Dio ancora maggiore che in passato. Non mancarono ovviamente le fatiche, come quella di modificare ciò che nella sua impostazione non era coerente con lo spirito saveriano e quella di attenersi all’obbedienza nei confronti di padre Spagnolo anche quando le aspettative del fondatore (che nutriva per lei grande stima e affetto) riguardavano non il carisma della congregazione, ma gli argini che in quanto donna laica, per quanto consacrata e fondatrice, lei non avrebbe dovuto oltrepassare.

Essere “madre” delle giovani a lei affidate significò per Celestina impegnarsi ad amarle con tutta sé stessa dando per prima l’esempio e cercando costantemente di migliorarsi; unire la fermezza all’empatia, il rigore alla tenerezza; orientarle a essere donne complete, forti e umili, centrate su Cristo e aperte al prossimo; guidarle spiritualmente (come faceva con molte altre persone) ma anche organizzare lezioni di ginnastica e storia dell’arte. E ovviamente, quando dopo anni di allenamento a essere missionarie vicino a casa venne finalmente il momento di partire, salire con loro su un transatlantico per condividere le incertezze e i disagi degli inizi; una volta rientrata in Casa Madre, poi, fare spazio alla loro autonomia e sostenerle inviando innumerevoli lettere, piccoli regali, messaggi registrati.

Nel 1966, durante il I Capitolo generale, Celestina chiese di non essere rieletta come Direttrice generale e di rimanere semplicemente “la Madre”. Fu una fase complessa e dai contorni non troppo nitidi, ma il modo in cui lei l’affrontò dice molto della sua indole e dei frutti della sua vita spirituale: il dolore non si tramutò in rancore, la perdita di autorità non la portò a chiudersi, non interferì con la nuova Direzione ma insieme a padre Giacomo continuò a fare di tutto perché la comunità rimanesse unita.

Quando alla fine – già debilitata da tempo e colpita dalla recrudescenza di un tumore – si congedò dalle sue “figlie”, aveva alle spalle innumerevoli legami con grandi e piccoli, credenti e atei, ricchi e poveri; molto amore dato e ricevuto, tanta allegria e gioia di vivere e anche sofferenze affrontate con umiltà e immensa fiducia in Dio. E quel viaggio del tutto imprevisto iniziato quando aveva accettato di diventare fondatrice: era l’unico della sua vita che non avesse desiderato, ma aveva portato molto lontano, sulle mani di altre donne, il Vangelo. Un viaggio che sarebbe continuato anche dopo di lei.



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