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L’ITALIA DEVE ANCORA FARE I CONTI CON IL SUO COLONIALISMO

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Nel bel mezzo dell’estate è scoppiato l’ennesimo dibattito sull’accoglienza dei migranti, a partire dal centro d’accoglienza di Treviso, dove 244 ospiti sono risultati positivi al Covid-19, mentre altri sono stati trovati positivi appena sbarcati. Questi casi hanno riacceso la polemica con il Governo da parte di alcuni politici di destra sulla chiusura dei porti.

Come al solito, il dibattitto, soprattutto quello sui social, ha solo sfiorato le questioni. Nulla si è detto, per esempio, sul ruolo dell’Italia nella diffusione del virus, anche se il Cdc (Centro per il controllo delle malattie) degli Usa stima che il 22 per cento dei casi inziali fuori della Cina siano riconducibili all’Italia. Non si può dunque gridare all’untore nei confronti degli immigrati, perché ancora una volta l’Italia dimostrerebbe di non aver fatto i conti con la sua storia coloniale. Anzi di averne cancellato i legami.

FLUSSI MIGRATORI SLEGATI DALLE COLONIE

Il risultato di questa cancellazione è che l’Italia oggi affronta flussi migratori che dipendono più dalle disuguaglianze globali, create dal colonialismo in generale, che dalla propria storia coloniale. Sembra, infatti, che né la conquista, né la perdita delle colonie, ma nemmeno l’amministrazione fiduciaria italiana della Somalia abbiano prodotto flussi migratori consistenti dalle colonie italiane. L’immigrazione di massa in Italia risale, infatti, agli anni ’70 e inizialmente da paesi collegati via mare, come il Marocco e l’Albania, piuttosto che da paesi legati alla storia coloniale italiana. Perché l’Italia non ha avuto un periodo postcoloniale proprio? 

IL COLONIALISMO ITALIANO

La risposta sta nella natura del colonialismo italiano. Negli anni 1880-1890, mentre iniziavano i primi tentativi coloniali, il governo italiano si preoccupò di ovviare a due difficoltà: prima, far riconoscere l’Italia, la più giovane nazione europea, come grande potenza; seconda, trovare una soluzione all’emigrazione di italiani in cerca di lavoro all’estero (si stima che dal 1880 al 1915 abbiano lasciato il paese quasi 13 milioni di italiani). La situazione economica era peggiorata perché, con l’unificazione del paese, l’Italia si era fatta carico dei debiti degli Stati costituenti, oltre a quelli contratti in seguito dalle varie campagne militari. Sicché, a differenza delle altre grandi potenze, si trovò con un eccesso di lavoratori piuttosto che di capitale (da investire nelle colonie). Perciò nel 1882, senza un progetto preciso, il governo di Agostino Depretis diede il via all’esperienza coloniale prendendo possesso del territorio di Assab (Eritrea), sul Mar Rosso, della Compagnia di navigazione Rubattino, ricevendo dai Britannici il benestare per conquistare Massaua. Il loro valore strategico era limitato e non aveva niente a che vedere con il controllo del Mediterraneo, dove invece risiedevano già tanti italiani, nelle cosiddette colonie spontanee, sotto il dominio dell’Impero Ottomano, come erano i territori di Tripoli e Tunisi.  

PER INDIRIZZARE L’EMIGRAZIONE ITALIANA

In ogni modo, lo scopo del governo era sviluppare il porto di Massaua per consentire il commercio internazionale e usarlo come base per conquistare l’Etiopia, sperando così di trovare uno sfogo per l’agricoltura dei coloni italiani. Piuttosto che andare in America, Francia, Argentina o Brasile, i migranti italiani sarebbero stati indirizzati verso l’Etiopia (per il bene della nazione). L’Italia però conquistò l’Etiopia solo nel 1936 (e la Libia nel 1911), ma queste fantasie di emigrazione di massa verso le colonie non si realizzarono. La resistenza locale fu tenace e in Libia, negli anni ‘20 e ’30, la maggior parte della popolazione locale fu confinata in Cirenaica. Si stima che in quel periodo il 30 per cento della popolazione sia morta a causa delle violenze, delle malattie e della fame. E nonostante il governo fascista imponesse in Libia questa brutale separazione tra africani e italiani, più drastica di quella del Corno d’Africa, l’emigrazione italiana fu piuttosto lenta, con un aumento significativo solo nella seconda metà degli anni ‘30, passando da circa 60mila nel 1936 a 110mila nel 1940.

La sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale portò alla perdita delle colonie. Le venne assegnata solo l’amministrazione fiduciaria della Somalia, la più povera delle sue colonie. Il governo del dopoguerra, non disponendo di molti fondi, ridusse il bilancio dell’amministrazione fiduciaria, investendo poco nelle infrastrutture. Per esempio, anche se alcuni studenti somali potevano studiare nelle Università italiane, gli investimenti per l’istruzione di base in patria si devono all’amministrazione britannica durante la guerra. Con il rilascio anticipato della Somalia e la dittatura di Siad Barre, gli scambi tra i paesi diminuirono. Con l’espulsione dei coloni italiani in Libia negli anni ‘50 e ’60 praticamente finì l’epoca coloniale italiana. 

Così il colonialismo italiano non realizzò l’obiettivo di programmare l’emigrazione dei coloni italiani. Inoltre, escludendo ed emarginando la popolazione autoctona, non riuscì nemmeno a coltivare quei pochi legami che l’Italia aveva stabilito con le colonie, nonostante il successo di alcune aziende che mantennero le loro concessioni. Ebbene, questi fili coloniali, se coltivati, avrebbero potuto fornire un migliore incontro postcoloniale. Cosa che invece non è successa, nemmeno in due momenti propizi del dopoguerra, nei quali questi legami potenziali, già stabiliti, sono stati interrotti. 

I CASI DEGLI “ASKARI” E DEI SOMALI

Nell’immediato dopoguerra furono rimpatriati in Italia, trecento askari, ex soldati dell’Esercito italiano imprigionati durante la guerra, provenienti da Libia, Eritrea e Somalia. Divisi in due gruppi, furono mandati in altrettante caserme a Roma e Napoli, con ordini del Ministero della Difesa di limitare le loro possibilità di mescolarsi con la popolazione. Furono imposte restrizioni sul tipo di lavoro da svolgere e scoraggiati i matrimoni con donne italiane. Inoltre, già all’inizio degli anni ‘50 fu revocato il loro sostegno economico e molti furono rimandati nei paesi d’origine contro la loro volontà. Il servizio militare nell’Esercito italiano non bastò a garantire la cittadinanza italiana!

Nel 1992, quando la guerra civile colpì la Somalia, a molti somali fu concesso il permesso di soggiorno in Italia per motivi di lavoro o di studio. Nel 1995 c’erano in Italia 17.400 somali con il permesso di soggiorno. Un aumento enorme rispetto agli anni ’70, quando erano meno di 1.000. Però, alla fine degli anni ‘90 un decreto annullò i passaporti somali rilasciati dopo 1991, con il risultato che non potevano più dimostrare la loro identità. Nel 2003 vi erano poco più di 5.000 somali nel paese. Anche in questo caso, l’Italia ignorò i legami con la sua colonia, dove aveva investito molto poco, anche durante l’amministrazione fiduciaria. 

L’ITALIA TRA COLONIALISMO E POSTCOLONIALISMO

Oggi quello che rimane dei legami tra le ex colonie e l’Italia spesso ruota attorno al petrolio o alle politiche della migrazione. Viene spesso sottolineato come l’accordo del governo Berlusconi con Gheddafi, nel 2008, non fosse una ricompensa per il periodo coloniale, ma solo un finanziamento per controllare i flussi migratori, più legati alle rispettive posizioni nel Mediterraneo che all’epoca coloniale. L’unica storia postcoloniale che ogni tanto ritorna a galla è appunto quella libica, in cui l’Italia però non ha un ruolo da protagonista. Oggi il Bel Paese è costretto a vivere la storia postcoloniale globale, frutto dei suoi rapporti economici più che della propria triste storia coloniale, il che, mestamente, le permette di dimenticare la sua storia coloniale senza fare seriamente i conti con essa.



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