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Il martirio appartiene alla natura del cristianesimo. Ne costituisce addirittura una beatitudine: “Beati i perseguitati per causa della giustizia”. Perciò, per il cristiano non dovrebbe far meraviglia se oggi, come ha affermato recentemente papa Francesco, “ci sono più martiri che nei primi tempi della Chiesa”. Basti pensare, ha puntualizzato il papa, “ai tanti cristiani che sessant’anni fa erano rinchiusi nei campi, nelle prigioni dei nazisti, dei comunisti: tanti, solo perché erano cristiani”.

In sostanza, è l’essere cristiani che genera il martirio, perché il Vangelo vissuto nella sua realtà più radicale e originale passa inevitabilmente attraverso la stretta della croce, come afferma l’evangelista Matteo: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome”.

Del resto questa è stata la via di Gesù, la via crucis, che non può non essere anche la via dei cristiani.

E se c’è stato un tempo in cui questi ultimi sono passati dall’altra parte, diventando persecutori, questo non ha fatto che guastare la natura e la missione del cristianesimo, trasformandolo in religione di Stato e tramutando la croce in simbolo di potere.

Perciò, se oggi registriamo in varie parti del mondo un “ritorno al martirio”, questo va senz’altro letto come un segno dei tempi, il ritorno della Chiesa al Vangelo. Se però il “ritorno al martirio” è senz’altro motivo di speranza per i cristiani, perché è una conferma tra le più eloquenti della loro sequela di Cristo, tuttavia resta una pericolosa tentazione, quella dell’ostilità verso le religioni “diverse”.

Per esempio, alla cristianofobia di alcuni paesi islamici corrisponde spesso, nelle società occidentali, una certa islamofobia. In altre parole, la brutalità della persecuzione e della discriminazione dei cristiani non deve servire ora per rivendicare ora per negare la tolleranza religiosa, a seconda del carattere minoritario o maggioritario della stessa Chiesa. In qualsiasi situazione si trovi, l’unica via percorribile dalla Chiesa è quella della debolezza dell’amore e non dell’impero della forza.

Questo non significa rimanere inerti di fronte alla persecuzione e alla discriminazione.

I cristiani, infatti, sono chiamati a battersi non solo sul piano ecclesiale, ma pure su quello civile e politico, perché la libertà religiosa sia garantita e pienamente realizzata ovunque, con iniziative di carattere ecumenico e interreligioso, per esempio chiedendo alle autorità islamiche che denuncino le violenze fatte ai cristiani nei paesi a maggioranza musulmana. Essi devono, però, cautelarsi da due opposte tendenze che violano il diritto della libertà religiosa: le forme estreme e negative di secolarizzazione, proprie di un certo laicismo post-cristiano, che riducono la dimensione religiosa alla sfera privata; e i fondamentalismi violenti, propri di un certo integralismo ierocratico, che invocano pretestuosamente il nome di Dio per imporre agli altri la “vera fede”, qualunque essa sia. La forma più autentica della Chiesa è quella dei martiri.

È dunque una benedizione questo ritorno della Chiesa al martirio, segno inequivocabile del suo ritorno al Vangelo.

Ce lo ricorda anche la XXII Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri (24 marzo 2014), il cui tema “Martiri on the road / E noi abbiamo creduto nell’amore” è un monito per ogni cristiano e per tutta la Chiesa, affinché non dimentichino la via crucis di Gesù e di tanti missionari, perdendo il sapore del sale di cui il mondo e la storia hanno bisogno.

I martiri sono anche testimoni che un altro mondo e un’altra storia sono possibili.



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