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MYANMAR / LA CINA NON ABUSI DI IRRAWADDY, NOSTRA MADRE

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Albertina Soliani
Già presidente dell’Associazione Parlamentare Amici della Birmania
Parma, 18 febbraio 2019

La ex senatrice Albertina Soliani ci ha inviato l’appello del card. Charles Bo, arcivescovo di Yangon, alla comunità internazionale, relativamente alla situazione del Myanmar con particolare riferimento alla costruzione, da parte dei cinesi, di una mega diga sul fiume più sacro della nazione. Membro dell’Associazione Italia-Birmania di Parma, Soliani ha contribuito  a portare in Italia nel 2013 il premio Nobel per la Pace e presidente del Myanmar Aung San Suu Kyi. Più che volentieri divulghiamo l’appello del card. Bo, in solidarietà con il popolo e la Chiesa del Myanmar, e invitiamo i nostri lettori e amici a fare altrettanto. Si tratta non solo di difendere il simbolo più sacro di una nazione, ma anche i più poveri di quel paese che vedrebbero condannate a morte le loro attività agricole.

Caro Direttore, i problemi del mondo sono i nostri problemi, anche se molto distanti da noi. In essi c’è sempre un messaggio profetico, che spinge al cambiamento.

Da alcuni anni l’Associazione per l’Amicizia Italia-Birmania Giuseppe Malpeli cammina con il popolo birmano e con la sua guida, Aung San Suu Kyi, sulla strada dell’uscita da decenni di paura e di sofferenza verso la democrazia.

Di recente il card. Charles Bo, arcivescovo di Yangon e primate in Myanmar di una Chiesa cattolica che raccoglie 1,5 per cento della popolazione, ha posto all’attenzione del mondo un problema vitale per il suo paese: la diga di Myitstone, a nord nello Stato Kachin, che la Cina vorrebbe costruire per fornire di energia elettrica le sue fabbriche di là dal confine.

Charles Bo, sconosciuto fino a pochi anni fa, poi chiamato ad essere cardinale dalla periferia del mondo, oggi è stato scelto da papa Francesco come presidente dei vescovi dell’Asia. Il suo appello, contro la costruzione della diga, è la difesa evangelica dei poveri. Loro si sentono tra i poveri del mondo, noi, se va bene, parliamo dei poveri.

L’isolamento internazionale di cui l’Occidente e i suoi media hanno circondato nell’ultimo anno Aung San Suu Kyi e il Myanmar, a causa della vicenda dei Rohingya, ha alcune conseguenze. Non solo per la democrazia in Myanmar, e per la stessa situazione dei Rohingya, ma per gli equilibri di potere in Asia. Ancora una volta vorremmo che l’Occidente fosse meno miope. Grazie dell’attenzione.

APPELLO DEL CARD. CHARLES BO

Noi, popolo del Myanmar, con le lacrime

agli occhi e i nostri cuori scossi dalla paura e dal dolore, bussiamo alle porte dei nostri governanti e della comunità internazionale.

Di fronte alla triste prospettiva di perdere Irrawaddy, nostra madre, attraverso la diga di Myitstone, per l’avidità di una superpotenza, ogni cittadino del Myanmar chiede a tutte le persone di buona volontà di venire in aiuto dei poveri del Myanmar.

Irrawaddy non è un fiume per noi; non è una merce da barattare. È la madre sacra di ogni popolo del Myanmar. La sua storia si intreccia con la storia del Myanmar. Come un gioiello al collo della nostra nazione, Irrawaddy attraversa l’intera nazione lungo migliaia di chilometri. È testimone dei nostri dolori, delle nostre gioie e di una storia ferita. È la nostra speranza, è il nostro destino. Per una nazione agricola, dove l’80 per cento della popolazione vive coltivando la terra, Irrawaddy è un infaticabile accompagnatore nel suo sostentamento. La sua maestosità, la sua danza giù per le montagne, il suo mistico serpeggiare attraverso l’anima della nazione, la sua generosità verso i poveri contadini, rendono Irrawaddy l’identità sacra della nazione. Per migliaia di siti sacri lungo le sue rive, l’Irrawaddy è il simbolo più sacro della nostra nazione. Questa sacra madre è ora piegata al commercio. I vicini grandi e potenti pretendo tutto dalla nostra nazione.

Per decenni hanno abusato della sua posizione strategica per minacciarci.

Hanno mercificato le nostre ragazze e donne attraverso il traffico di esseri umani negli Stati del Nord. Lo stesso triste destino ricade su Irrawaddy, nostra madre. I recenti eventi nel paese hanno purtroppo ulteriormente aumentato la pretesa di alcuni paesi vicini.

Le minacce e i ricatti restano impuniti.

Incombe una tragedia straziante. La diga di Myitstone è una condanna a morte per la popolazione del Myanmar. La cupa prospettiva di milioni di agricoltori che perdono il loro sostentamento, la violazione di siti sacri lungo i fiumi, la morte e la distruzione della preziosa flora e fauna della nostra cara nazione, sta diventando una realtà da incubo. Questa diga è un disastro ambientale.

La diga di Myitstone è un brandy tossico che alimenterà una guerra cronica. La pace svanirà all’orizzonte. Un triste futuro attende il popolo di Myanmar. Non lo meritiamo.

A nome di tutto il popolo del Myanmar, in particolare dei contadini poveri, chiediamo sinceramente a tutte le parti in causa di interrompere i loro tentativi di abusare di Irrawaddy, nostra madre. Invitiamo vivamente il popolo del Myanmar a collaborare per proteggere la dignità di nostra madre Irrawaddy. Siamo fiduciosi che i nostri leader resisteranno a tutti gli sforzi per distruggere il destino e la dignità della nostra nazione.

+ Charles card. Maung Bo



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