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TRA «FEDE E CIVILTÀ» E «MISSIONE OGGI» / INTERVISTA A PADRE MEO ELIA

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“Missione Oggi” compie 120 anni. Fu lo stesso fondatore dei Saveriani, mons. Guido M. Conforti, a darle vita il 3 dicembre 1903 con il nome di Fede e Civiltà. Dal 1927 al 1947 fu pubblicata come Le Missioni Illustrate. Nel 1948 riprese il nome primitivo fino al 1978. L’intento del Conforti era di presentare la fede cristiana come fattore di civiltà. Nel 1979, per chiarire il rapporto tra cristianesimo come fede e cristianesimo come civiltà, la rivista cambiò nome, per uscire dall’equivoco dell’identificazione della fede cristiana con la civiltà occidentale. P. Meo, come la rivista ha accompagnato la trasformazione della missione in questi suoi 120 anni di vita?

Inizialmente la rivista era soprattutto descrittiva dell’attività missionaria: in un periodo si chiamò addirittura Le Missioni Illustrate, con abbondanti servizi fotografici, in particolare sui saveriani in Cina. In un secondo momento, si nota un certo spirito di “conquista”, d’accordo con il clima ecclesiale e socio-politico del tempo. La rivista fece un salto di qualità sotto la direzione di p. Walter Gardini: apertura ai grandi problemi mondiali, ecumenismo, le altre religioni, gli incontri internazionali di Giorgio La Pira a Firenze. Poi passò nelle mani di p. Vittorino C. Vanzin, che diede ampio spazio ai temi culturali della missione.                     

All’inizio del Concilio stavo cominciando a lavorare allo CSAM quando fui inviato due mesi a Roma per seguirne i lavori. Avevano chiesto a p. Piero Gheddo, del Pime, di instradarmi, ma dopo una mattinata di interviste a vescovi, in cui non sentivo parlare che di catecumeni e battesimi, lo lasciai e scelsi il mio modo di seguire il Concilio: acquistai il volume Sainte Eglise: études et approches ecclésiologiques (Cerf 1963) del grande teologo domenicano Yves Congar, e ogni mattina compravo “L’Avvenire d’Italia” di Raniero La Valle, che dedicava paginate ai temi di fondo trattati nell’assemblea conciliare; seduto sulle panchine del Gianicolo, passavo le giornate a leggere e studiare. Quando ritornai a Parma, p. Vanzin mi chiese una relazione: prese i punti che avevo annotato e li convertì in temi che affidò ad altrettanti teologi, specialisti della materia, per articoli della rivista. Il Concilio segna una tappa fondamentale di “Fede e Civiltà”. 

Per vari anni ha curato e diretto i sussidi di “Spiritualità missionaria” della rivista, fino alla partenza per l’Africa. Può raccontarci l’esperienza di questi sussidi, rivolti soprattutto ai giovani e agli educatori impegnati nell’approfondimento di una visione comunitaria e missionaria del cristianesimo, ma anche alle comunità cristiane in generale per orientarle nella vita pastorale secondo le prospettive del regno di Dio?

I sussidi di “Spiritualità missionaria” erano nati come inserto di “Fede e Civiltà” per iniziativa di p. Gardini. Quando questi lasciò Parma, i sussidi furono affidati a me, che già vi collaboravo. Tutto procedeva normalmente, fino a quando p. Vanzin promosse un incontro di una decina di saveriani per verificare l’indirizzo di “Fede e Civiltà”, che nel frattempo era diventata monografica, di non facile lettura, perdendo numerosi abbonati. Nell’incontro sorse un’idea: visto che “Spiritualità missionaria” incontra molto favore, non si potrebbe impostare tutta la rivista con i suoi contenuti? Dopo pochi giorni p. Vanzin mi chiamò e mi affidò la direzione di “Fede e Civiltà”.

A partire dai coniugi Marco e Anna Bertè, che già collaboravano a “Spiritualità missionaria”, si  costituì un Gruppo redazionale, il primo nella storia di “Fede e Civiltà”, che fu determinante per i contenuti e lo spirito della rivista: un gruppo di amici, impegnati attivamente nella pastorale e nella società civile, che alla luce della parola di Dio e delle rispettive competenze riflettevano sulle sfide che i tempi presentavano: la guerra in Vietnam, la guerriglia in America latina, le promesse del ’68 ecc. Era una rivista di “spiritualità” molto incarnata.

Ricordo che quando trattammo il tema “Uscita di sicurezza”, si pensò a un’intervista allo stesso Ignazio Silone. Partii per Roma: mi ricevette con molta attenzione, gli spiegai chi eravamo e gli lasciai alcune domande e anche qualche numero della rivista. Quando ritornai, mi consegnò le sue risposte e nel congedarmi mi disse: “Ho letto i numeri della rivista: se da giovane avessi incontrato una rivista così, forse la mia vita sarebbe stata diversa”. 

I sussidi di “Spiritualità missionaria” hanno favorito anche una scelta missionaria diversa, realizzata con un’equipe di laici e laiche, in Africa, in Congo-Zaire. Può raccontarci la genesi di quest’esperienza e come si è sviluppata nella comunità di Bunyakiri?

Sì, il cammino di quegli anni ha maturato in me una scelta missionaria con una forte connotazione “comunitaria”. La mia prima intenzione era di realizzarla all’interno del mondo saveriano, grazie alle positive risonanze di un mio ritiro spirituale alla comunità dello Studentato Teologico di Parma, ma il rettore bloccò il processo. In seguito vennero da Milano a parlare con me, prima una ragazza e poi un giovane: volevano dedicarsi alla missione in una comunità, non come religiosi e neanche nelle forme di volontariato internazionale.

Qualche tempo dopo andai a Cesena per un incontro su un numero di “Fede e Civiltà” dedicato al tema della “Parrocchia missionaria”. Una ragazza venne a parlarmi: “È proprio questo che io vorrei vivere”. In treno, di ritorno a Parma, pensavo: sono già tre i giovani che vogliono vivere una comunità missionaria con certi valori di fondo, ce ne saranno certamente altri, troviamoci e parliamone. Scrissi una lettera ai tre. In seguito, p. Piergiorgio Bettati, pure saveriano, mi parlò di un’altra ragazza di Biella, che gli sembrava sulla stessa lunghezza d’onda. Andammo ad incontrarla, ne fu subito entusiasta. Era quello che cercava. Poi si unirono altri, ci preparammo per un anno intero e partimmo. La prima missione, molto bella, fu a Kiringye, poi con Emma Gremmo e Luisa Flisi iniziammo la comunità di Bunyakiri. Avevamo vissuto una profonda comunione tra noi a Kiringye, ma a Bunyakiri imparammo a vivere una vera comunione anche con la gente, coinvolgendoci con i loro problemi e il loro cammino di liberazione.

Nel 1990, dopo il secondo mandato come consigliere generale dell’Istituto, le è stata nuovamente affidata la direzione della rivista, nel frattempo diventata “Missione Oggi”. Ne è rimasto alla guida fino al 2003, quando è partito per l’America latina, in Amazzonia. Quali sono state le sfide maggiori e i punti di forza di questi 14 anni a “Missione Oggi”, in un contesto ecclesiale e mondiale in mutamento epocale?

Una sfida l’ho incontrata subito all’inizio: dopo la rinuncia del direttore p. Eugenio Melandri e, dopo di lui, di tutto il Gruppo redazionale, dovetti ricominciare da solo e per giunta sei mesi prima del previsto. Accettai ugualmente, facendo ricorso a tutti gli amici per la collaborazione, persone fortemente impegnate in vari campi della missione e con competenze diverse. Intanto scelsi un nuovo formato e una nuova grafica, richiamando nella testata le componenti di fondo della missione: Annuncio-Dialogo-Liberazione. A Brescia, dove tutto lo CSAM venne spostato dopo pochi mesi, come già la prima volta a Parma, ebbi la grande fortuna di incontrare persone straordinarie per competenza e passione: con loro abbiamo costituito il nuovo Gruppo redazionale, di cui alcuni fanno tuttora parte.

Nella presentazione del primo numero, ancora a Parma (ottobre 1990), scrivevo: “Agli amici di Missione Oggi voglio subito dire che la rivista non rinnega nessuna delle tematiche e delle campagne portate avanti in questi anni… Daremo peso all’ascolto del grido del Terzo Mondo, schierandoci dichiaratamente dalla loro parte. Parto dalla convinzione che i poveri della terra sono oggi il luogo da cui Dio ci sbatte in faccia la diagnosi più realistica del nostro mondo e da cui ci fa giungere il suo appello più forte per un cambiamento radicale della nostra società…”. È stata questa la sfida maggiore. Il punto di forza è stato il pensiero che la missione non è nostra, ma di Dio, che è al lavoro in tutto il mondo, prima dell’arrivo del missionario.

Papa Francesco ha affermato in più occasioni che la missione è l’ossigeno della vita cristiana. Ebbene lei, nei suoi libri – e nella rivista – ha sempre sostenuto la trasformazione missionaria della pastorale ordinaria, assumendo come suo paradigma la missione ad gentes. Di questa trasformazione della pastorale è stato convinto promotore e appassionato animatore nella Chiesa italiana. Di quali mutamenti è stato testimone nel processo di riconfigurazione della missione dal tempo in cui era direttore di “Spiritualità missionaria” fino ad oggi, compresi i 14 anni a “Missione Oggi”?

Non è semplice rispondere, anche perché negli anni in cui ero in Amazzonia non ho seguito molto il cammino globale della missione. Devo dire che là ho visto una crescente chiusura e il sorgere di uno spiritualismo di evasione che rinnegava totalmente il periodo precedente. Ora qui da noi, in Italia, noto stanchezza e mancanza di spirito missionario: un indifferentismo generalizzato, una forte crisi del senso di Dio.

In questo clima, penso sia necessario richiamarci lo specifico della missione: la profezia. Siamo cioè chiamati a lavorare per una nuova autocoscienza della Chiesa e dell’essere cristiani, in cui si assuma fino in fondo la propria identità missionaria e vocazione profetica. Insomma, la coscienza che essere cristiani significa essere stati scelti da Dio in vista degli altri, a servizio del progetto del Padre per il mondo, come è avvenuto con Gesù (cfr. Gv 17,18).

È lo sforzo incessante di papa Francesco per “una Chiesa in uscita”. L’essere inviata non è secondario al suo esistere: “La Chiesa esiste nell’essere inviata e nel formarsi in vista della missione” (Karl Barth). È “la Chiesa per gli altri”, sognata da Dietrich Bonhoeffer e dal Concilio: “Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù… e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e ciascuno, il sacramento visibile di questa unità salvifica” (LG 9). 

Tra i tanti volti della missione sui quali ha scritto nei suoi libri, oltre che nei sussidi di “Spiritualità missionaria” e nella rivista, e di cui è stato testimone, quali proporrebbe alla nostra considerazione per ridare ossigeno alle comunità cristiane e alla Chiesa in Italia?

Proporrei due prospettive, tra loro profondamente connesse: anzitutto, il fatto che lo Spirito di Gesù Risorto è in azione nel cuore di tutti gli uomini e le donne lungo tutta la storia; in secondo luogo, la realtà dei “segni del regno di Dio”, che noi siamo chiamati a porre e che dobbiamo cogliere negli altri, perché sono sempre frutto dell’azione dello Spirito del Risorto e della risposta che l’essere umano dà allo Spirito, pur con tanta ambiguità. Penso che la missione sarà sempre più legata a queste due prospettive, che ci fanno sentire più positivi, nonostante tutto, e ci mostrano i cammini della nostra collaborazione allo Spirito.

Sono le prospettive che anche Luca indica chiaramente negli Atti, dove ci racconta come avviene la missione. I papi del nostro tempo le rilanciano, definendo lo Spirito Santo “l’agente principale” (Paolo VI) e “il protagonista della missione” (Giovanni Paolo II). Il card. Carlo M. Martini le indica alla sua Chiesa: “È mia convinzione profonda che lo Spirito c’è anche oggi, come al tempo di Gesù e degli apostoli. C’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più e meglio di noi: a noi tocca riconoscerlo e accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo. Di fronte alla crisi nodale della nostra epoca, che è la perdita del senso dell’invisibile e del trascendente, lo Spirito sta giocando la sua partita vittoriosa… Occorre riconoscere la sua azione nel cuore di ogni uomo, nelle nostre città, nella nostra storia…”.

Anche i pastoralisti stanno arrivando a queste conclusioni. Si veda, per esempio, Giacomo Ruggeri, docente di Teologia pastorale della Diocesi di Pordenone: “Dire Dio ad una società senza più Dio comporta partire dall’abc… dobbiamo ripartire con il riconoscere Dio in tutte le persone, ridare vita al divino presente nel vissuto di ciascuno, per aiutarlo a vedere in ciò che vive il passaggio di Dio... Dio è già presente nelle persone, nella realtà del territorio, in tutti gli ambienti, in modo inedito. È la sfida per la Pastorale della parrocchia che verrà” (Le 99 fuori. Prepararmi oggi alla Chiesa di domani. Manuale narrativo di Teologia pastorale, Il Pozzo di Giacobbe 2022).

È “la missione nella debolezza”, vissuta da Paolo e da tanti missionari dei nostri tempi, che il compianto vescovo di Algeri, Henri Teissier, richiamava descrivendo l’esperienza della Chiesa d’Algeria come “sacramento dell’incontro” tra cristiani e musulmani. Nei loro incontri, infatti, cristiani e mussulmani d’Algeria erano reciproci comunicatori dei doni che Dio faceva nella vita di ciascuno. Una missione ardua ma avvincente.

Meo Elia, 1936, Originario di Villafranca Piemonte (TO), nel 1956 fa il suo ingresso nei saveriani, dal seminario di Torino. Ordinato prete nel 1960, è subito destinato allo CSAM (Centro Saveriano di Animazione Missionaria) di Parma.
Oltre al lavoro di redattore, diventa direttore dei sussidi di “Spiritualità Missionaria” di “Fede e Civiltà” e più tardi della stessa rivista. Dopo l’esperienza allo CSAM, viene destinato alla missione del Congo-Zaire, dove rimane 8 anni, nella diocesi di Uvira prima e in quella di Bukavu poi. Lì fonda, insieme alle missionarie laiche Emma Gremmo e Luisa Flisi, la Comunità di Bunyakiri. Eletto consigliere generale nella Direzione dell’istituto, ritorna in Italia, a Roma, per 12 anni.  Finito il secondo mandato, è nominato direttore di “Missione Oggi”, incarico che svolge dal 1990 al 2003. Nel frattempo la rivista si era spostata, con tutto lo CSAM, a Brescia. In seguito p. Meo è destinato al Brasile Nord, dove rimane 17 anni, svolgendo anche il servizio di superiore regionale. Rientrato in Italia per motivi di salute, attualmente fa parte della comunità saveriana di Desio (MB). Tra le sue pubblicazioni: Uomini nuovi per la novità cristiana (Gribaudi 1967); Comunità cristiane in faccia al mondo (Gribaudi 1970); Cristo fuori le mura (Gribaudi 1985); Verso una pastorale missionaria (EMI 1989); Cristiani e musulmani: un incontro possibile. L’esperienza della Chiesa d’Algeria (Effatà 2018).



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