QUESTIONE DI FARE E DI… ASCOLTARE
Tutti gli evangelisti ci dicono che Gesù insegnava; ma ciascuno ne riporta gli insegnamenti a modo suo. Marco, per esempio, si interessa appena appena di Gesù maestro. Matteo al contrario ci riporta cinque lunghi e articolati discorsi, più molti altri insegnamenti sparsi per tutto il Vangelo. Giovanni quasi si perde quando inizia a riferire le parole di Gesù, che sono così profonde da affondare le radici nel mistero eterno. E Luca? Luca, tra tutti, è il più originale; vediamo perché.
Già nel mese scorso ci siamo affacciati sulla parte centrale del Vangelo secondo Luca, che racconta il grande viaggio verso Gerusalemme (capitoli 9-19). Rimaniamoci ancora un po’, leggendo due brani molto famosi.
UNA DOMANDA CON UN SECONDO FINE
Il primo episodio è la celeberrima parabola del buon samaritano. Chi di noi non la conosce? Tutto comincia con un dialogo tra Gesù e uno scriba:
Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai” (Lc 10,25-28).
Niente di strano che un maestro della Legge, cioè un esperto della Toràh (che noi chiamiamo il Pentateuco, fondamento della vita per gli ebrei), chieda a Gesù la sua opinione: che cosa è importante fare per avere la vita eterna? Peccato che la sua non sia una domanda sincera; dice infatti Luca che lo scriba pone a Gesù questa domanda solo “per metterlo alla prova”.
Non è interessato alla risposta in sé; ma alla speranza che Gesù, rispondendo, faccia qualche passo falso e possa essere criticato per quello che dice. Il tranello non funziona; anzi, è Gesù a mettere in difficoltà il dottore della Legge, perché gli dice che in realtà la risposta la conosce già: per avere la vita eterna basta amare Dio e il prossimo. Non è questione di sapere cosa fare, ma di farlo! Notiamo l’insistenza sul verbo “fare”: che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Fa’ questo e vivrai!
UNA PARABOLA FIN TROPPO CHIARA
Se la domanda del dottore della Legge fosse stata sincera, il brano sarebbe finito al v. 28. E invece continua:
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: ‘Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno’. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”. (Lc 10,29-37)
La parabola è veramente molto bella, raccontata con stile. Il primo personaggio ad apparire sulla scena è un uomo che definire sconsiderato è poca cosa; nessuno affronta da solo la strada da Gerusalemme a Gerico, perché i più di mille metri di dislivello saranno anche in discesa, ma si percorrono attraverso il deserto di Giuda, un luogo inospitale e pericoloso.
Spesso i personaggi delle parabole sono così: fanno cose strane. Si tratta pur sempre di una storia: un tale – comportandosi in un modo assurdo – si trovava a camminare da solo per quella strada; e infatti finì mezzo morto e completamente derubato. Di fronte a questo quasi-cadavere compaiono altri due personaggi: un sacerdote e un levita. Sono due, ma si comportano esattamente nello stesso modo: non fanno nulla per aiutarlo! Anzi, gli passano il più lontano possibile; dietro all’espressione “passò oltre”, infatti, in greco c’è un verbo curioso, che dice letteralmente che i due hanno fatto di tutto per sorpassarlo senza avvicinarvisi minimamente.
Perché? Non importa saperlo: Gesù racconta una parabola in cui un sacerdote e un levita (cioè le persone dedicate al tempio di Gerusalemme) non fanno assolutamente niente per aiutare un povero malcapitato, che se ne stava mezzo morto lungo la strada in cui si erano trovati per caso a passare.
IL MODELLO SAMARITANO
Invece un samaritano, lui pure di passaggio, fa proprio il contrario dei due che lo hanno preceduto: si avvicina e si prende cura di quell’uomo, che anche per lui era un emerito sconosciuto. Notiamo come Gesù, raccontando, descriva con molti dettagli l’azione del samaritano: si avvicina, fascia le ferite versandovi olio e vino (il primo soccorso dell’epoca), carica l’uomo sulla sua cavalcatura, lo porta in una locanda, paga per lui e addirittura garantisce per eventuali spese future. E tutto questo perché al vederlo “ne ebbe compassione”.
È bello il verbo usato da Luca: ne ebbe compassione; letteralmente dovremmo tradurlo così: gli si mossero le viscere. Di fronte ad una persona che ha bisogno, il samaritano non rimane indifferente; si lascia turbare, inquietare profondamente, e poi passa subito all’azione prendendosi cura di lui. Giunti alla fine della parabola non è difficile rispondere alla domanda: chi dei tre si è fatto prossimo dell’uomo che era stato malmenato dai briganti? Ovviamente, “chi ha avuto compassione di lui”. E subito Gesù aggiunge: “Va’ e anche tu fa’ così”.
Notiamo il verbo “fare”, con cui Gesù – dopo un lungo percorso – risponde alla domanda iniziale dello scriba: “che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”; “Va’ e anche tu fa’ così”.
MARTA E MARIA
La parabola del buon samaritano è conosciutissima e il suo messaggio non è difficile da distillare: per avere la vita eterna non servono tante parole, bisogna darsi da fare per aiutare chi ha bisogno. Notiamo ancora, per l’ultima volta, quante volte ritorna il verbo “fare”: la compassione è una cosa concreta, non solo un sentimento; è un sentimento profondo che porta ad agire concretamente. Ma ecco la sorpresa; nel Vangelo secondo Luca troviamo – immediatamente dopo questo episodio – quello di Marta e Maria, che sembra dire il contrario. Leggiamo:
Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola cosa c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,38-40).
Anche in questo caso il messaggio è chiaro; c’è una sola cosa necessaria, ed è quello che sta facendo Maria: ascoltare la parola di Gesù. Tanto la parabola del buon samaritano insisteva sul fare (e diceva che bisogna fare), quanto l’episodio di Marta e Maria insiste sull’ascoltare (e dice che è necessario ascoltare).
I DUE VERBI DELLA MISSIONE
Luca è fatto così! Dal suo Vangelo non dobbiamo aspettarci ricette facili e men che meno menù precotti; perché – sembra dirci – ci sono momenti nei quali è assolutamente necessario fare, altri in cui è fondamentale stare fermi e ascoltare; ci sono persone che è importante spingere all’azione, altre per le quali è di vitale importanza suggerire un tempo di ascolto. Non c’è una sola esperienza di fede valida per tutti, sempre, comunque. E così, indirettamente, Luca ci parla pure della missione, che sarebbe più facile se consistesse nel trapiantare qualcosa che funziona “da noi” in altre parti del mondo; ma non è così!
Non è questione di esportare formule o pacchetti già consolidati; ma di incontrare persone e di lasciarsi coinvolgere nella loro esperienza di fede, chiedendosi che cosa sia veramente necessario oggi per loro.







