Missione macro e micro
Ottobre è conosciuto nel mondo cattolico come il mese missionario per eccellenza, poiché nella penultima domenica vi si celebra la Giornata missionaria mondiale. In questo mese i fedeli cattolici di tutti i continenti sono invitati ad aprire il loro cuore alle esigenze spirituali e materiali della missione, soprattutto aiutando le Chiese che hanno necessità, come fece Paolo con la colletta a favore della comunità di Gerusalemme.
Nel suo messaggio per la prossima Giornata, papa Francesco auspica che l’intera Chiesa abbia “una rinnovata consapevolezza della sua missione tra i popoli e le nazioni”. Non si tratta solo di fare i conti con il mutato paesaggio religioso globale, con le identità credenti e non della popolazione mondiale e con la nuova geografia delle fedi, ma di riscoprire e purificare l’idea stessa di missione, che “non è proselitismo, bensì testimonianza di vita che illumina il cammino, porta speranza e amore”.
Ebbene, per questa rinnovata consapevolezza della sua missione, è giocoforza che la Chiesa riscopra i livelli macro e micro in cui si gioca la missione di Dio (missio Dei): il macro-piano divino di salvezza è incarnato da “un ebreo marginale” nella micro-storia di Gesù di Nazareth: “Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani […], cominciò a lavare i piedi dei discepoli” (Gv 13,3-5).
È anche il messaggio dell’ultima lettera pastorale del vescovo di Brescia, Luciano Monari: Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. “Gesù rende testimonianza al Padre, afferma Monari, scrivendo sulle righe della storia l’amore del Padre”. La missione è, dunque, questa correlazione macro-micro tra l’amore del Padre e il volontario auto-svuotamento del Figlio. Nella spogliazione (kenosis) del Figlio si incontrano in maniera la più eloquente i livelli macro e micro dell’amore di Dio, da cui dipende in modo strutturale, anche oggi, la missione della Chiesa. È l’amore di Dio, infatti, che solo può precedere, fondare, motivare e dare forma alla missione della Chiesa, come ha preceduto, fondato, motivato e dato forma alla missione di Gesù.
Perciò, continua Monari, la missione è come “una grande catena d’amore”, tanto più efficace quanto più i/le missionari/e accetteranno che l’amore di Dio “dia forma e forza alle loro scelte”. Questa catena d’amore è ininterrotta fino ai nostri giorni, grazie ad anelli luminosi, scrive ancora il vescovo di Brescia, come per esempio Massimiliano Kolbe, missionario in Giappone che ha dato la vita ad Auschwitz, e Padre Damiano, missionario tra i lebbrosi di Molokai fino alla morte; ma anche Teresa di Gesù Bambino, proclamata patrona delle missioni, pur non essendosi mai mossa dal suo monastero. Una riflessione utile, anzi necessaria, per una Chiesa locale, come quella bresciana (e italiana), in cerca di un progetto pastorale.
Pur vantando, infatti, un’eloquente tradizione missionaria – con l’invio di numerosi preti e laici fidei donum in Africa e America latina e di altrettanti religiosi/e missionari/e un po’ ovunque nel mondo –, oggi la Chiesa bresciana (e italiana) deve fare i conti con una società profondamente mutata, secolarizzata, segnata dai fenomeni dell’immigrazione e della pluralità delle religioni.
Per cui la missione non è più solo una questione esterna alla Chiesa locale – le missioni bresciane (e italiane) all’estero, per aiutare il Sud del mondo impoverito e non cristiano –, ma interna.
La Chiesa bresciana (e italiana) deve trovare il coraggio di guardarsi allo specchio, ripartendo dalla missione di Dio, come programma e paradigma di tutta la sua pastorale, coniugando il macro-piano di Dio con la micro-storia di Gesù, che lava i piedi dei discepoli: Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.







